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Come funzionano i CCT: guida completa all’utilizzo


Cosa vedremo in questo articolo

Vediamo assieme come funziona il CCT. La sigla sta per Certificato di Credito del Tesoro. Meno popolari e meno utilizzati dei BTP, anche i CCT sono Titoli di Stato. Ne conosci il funzionamento e le potenzialità?

Te lo spieghiamo in questa guida all’utilizzo di tali strumenti finanziari. Al termine della lettura saprai se ti conviene, come si può investire in CCT e se è meglio per te affidarti alla consulenza finanziaria indipendente.

Cosa sono i CCT?

I Certificati di Credito del Tesoro (CCT) sono obbligazioni atipiche rispetto ai classici BTP e BOT emesse dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) che danno all’investitore un’entrata ogni semestre.

Questo flusso di cassa è rappresentato dalla cedola dei CCT ed è variabile di 6 mesi in 6 mesi, in base al valore assunto da un parametro. Vedremo quale in uno dei prossimi paragrafi. Tali strumenti finanziari atipici contribuiscono a pagare il debito pubblico dello Stato italiano, finanziando le sue spese.

A differenza di molti titoli obbligazionari emessi dal governo italiano, come BTP e BOT, i CCT hanno cedole periodiche variabili. Questo è il fattore che li rende atipici rispetto ad altri Titoli di Stato nostrani, solitamente caratterizzati da tassi cedolari fissi o tutt’al più legati all’inflazione (BOT e BTP).

Per un approfondimento su BOT e BTP ti consigliamo di leggere l’articolo “BTP E BOT, conviene ancora investire in Titoli di Stato?”.

Il successo di cui godono i CCT tra gli investitori domestici è certamente una fortuna per l’Italia, dal momento che gli italiani si fanno carico di una quota del debito pubblico. Comprare Certificati di Credito del Tesoro, di fatto, equivale a prestare soldi allo Stato italiano, per finanziare le sue spese. In cambio di questo “favore” lo Stato riconosce una percentuale, il tasso d’interesse cedolare, variabile semestralmente, applicato sul capitale investito in CCT.

Facciamo un esempio, per capire meglio:

  • investi 10.000€ in CCT ed il tasso d’interesse cedolare in un determinato semestre è pari al 3%;
  • in quel particolare semestre ti spettano 300€ lordi;
  • a cui dovrai sottrarre la tassazione del 12,50% ovvero 37,50 €.

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La durata dei CCT: obbligazioni di medio termine

Prima del marzo 1991 i Certificati di Credito del Tesoro venivano emessi con varie scadenze (dai 2 ai 10 anni). I CCT odierni (post marzo 1991) hanno quasi tutti una durata fissa di 7 anni. Ciò significa che per i 7 anni successivi alla data della loro emissione potrai godere di una cedola semestrale proporzionale a quanto investito e al tasso d’interesse variabile di semestre in semestre.

Proprio questa durata caratteristica dei CCT li classifica come Titoli di Stato domestici di medio periodo e li rende, ancora una volta, atipici rispetto ai più comuni:

  • BOT, Buoni Ordinari del Tesoro, aventi solitamente scadenze brevi come 3, 6, 12 mesi o comunque entro l’anno;
  • BTP, Buoni del Tesoro Poliennali, titoli a medio-lungo termine con scadenze da 18 mesi a 3, 5, 7, 10, 15, 20, 30 e 50 anni. 

Acquisto dei CCT: come si acquistano e quali sono i costi associati?

Per i Certificati di Credito del Tesoro, come per gli altri titoli di Stato, c’è la possibilità di:

  • acquistarli al momento della loro emissione, partecipando all’asta di collocamento, sul cosiddetto mercato primario;
  • comprarli in un momento successivo alla loro emissione, sul cosiddetto mercato secondario.

tapering economiatapering economia

Acquistare i CCT alla loro emissione

I CCT sono acquistabili nel momento della loro prima emissione grazie alle aste per il collocamento. Quelle relative alla stessa tipologia di CCT si svolgono ogni mese mentre annualmente vengono emessi nuovi CCT.

La fase di collocamento è gestita dalla Banca d’Italia ed è accessibile ai piccoli risparmiatori per mezzo di intermediari autorizzati, come le banche.

Il prezzo viene determinato attraverso l’asta marginale attraverso alcune procedure che escludono le offerte speculative.

Acquistare i CCT dopo la loro emissione

Dopo l’emissione è possibile acquistare i CCT attraverso due diversi mercati secondari:

  • il MOT, gestito da Borsa Italiana S.p.A. e accessibile agli investitori retail attraverso un intermediario autorizzato;
  • l’ MTS, utilizzato da banche e società d’investimento che acquistano titoli per un importo superiore a 2,5 milioni di euro.

Costi e quotazioni dei CCT

Le commissioni di collocamento previste per i CCT sono lo 0,30% del capitale sottoscritto e sono retrocesse dal Ministero del Tesoro agli intermediari finanziari al momento della sottoscrizione. Conseguentemente, gli intermediari sono tenuti ad applicare alla clientela il prezzo d’asta, senza aggravio di commissioni.

Gli scambi giornalieri dei CCT sul mercato secondario comportano, invece, una variazione delle quotazioni dei CCT. Le quotazioni sono pubblicate in modo trasparente sul sito web di Borsa Italiana S.p.A..

Altra caratteristica dei CCT è quella per cui le operazioni di compravendita devono avere un taglio minimo di 1000€ o suoi multipli.

A cosa sono indicizzati i CCT?

I Certificati di Credito del Tesoro, abbiamo detto, danno all’investitore una cedola periodica variabile di semestre in semestre. In base a cosa varia la cedola di questi particolari Titoli di Stato?

Fino a marzo 2010 esistevano CCT la cui cedola variava in base al tasso d’interesse fornito dai BOT a 6 mesi (Buoni Ordinari del Tesoro, titoli del debito pubblico italiano di breve termine). Da giugno 2010 in poi sono stati emessi solo CCT la cui cedola semestrale dipende dall’indice Euribor a 6 mesi, i cosiddetti CCT EU.

L’Euribor a 6 mesi è il tasso interbancario di riferimento a 6 mesi, ovvero la media dei tassi d’interesse ai quali le primarie banche attive nel mercato monetario dell’euro si prestano soldi con termine a 6 mesi.

L’interesse della cedola semestrale dei CCT EU è dato dalla somma tra l’Euribor a 6 mesi e un margine o spread definito in sede di emissione del Certificato. Il metodo preciso di calcolo degli interessi cedolari è questo:

  • si considera il 2° giorno lavorativo che precede la prima data di godimento della cedola;
  • alle ore 11:00 si rileva l’Euribor a 6 mesi e lo si arrotonda al terzo decimale;
  • questo tasso di interesse è il riferimento annuale per le cedole;
  • dunque va poi convertito su base semestrale, contando i giorni effettivi del semestre sulla base dell’anno commerciale (360 giorni);
  • a questo tasso viene sommato lo spread definito in sede di emissione del CCT. 

Facciamo un esempio pratico, considerando CCT con le seguenti caratteristiche:

  • durata: 7 anni;
  • spread: 0,70%;
  • scadenza: 15 dicembre 2022;
  • date di godimento delle cedole: 15 giugno e 15 dicembre 2022.

Ne deriva che:

  • Euribor a 6 mesi (al 13 giugno 2022): 0,108%
  • rendimento: Euribor 6m + 0,70% = 0,808%
  • giorni del semestre di riferimento (15/06/2022 – 15/12/2022): 183
  • interesse per il semestre di riferimento (15/06/2022 – 15/12/2022): 0,808% / 360 x 183 = 0,41073%, che va arrotondato al terzo decimale.

La cedola lorda semestrale è dunque dello 0,411%, che andrà tassata al 12,5%, secondo le vigenti norme fiscali, ottenendo una cedola netta dello 0,360%.

Rendimenti e rischi dei CCT

Le fonti di guadagno dei Certificati di Credito del Tesoro, come di ogni obbligazione, sono due:

  1. le cedole (flussi di denaro percepiti semestralmente), calcolate moltiplicando il capitale investito per il tasso d’interesse (variabile di semestre in semestre in base all’andamento dell’Euribor a 6 mesi);
  2. la differenza tra il prezzo di vendita o di rimborso (se si porta il titolo fino a scadenza) e il prezzo di acquisto o di sottoscrizione (se è stato acquistato all’emissione).

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Rendimento dei CCT e rischio tassi

La prima fonte di rendimento dei CCT , le cedole, è solitamente positiva per tutta la durata dell’investimento. È raro, infatti, che il tasso cedolare, somma tra Euribor a 6 mesi e spread, vada in territorio negativo. La seconda fonte, il prezzo, invece, può anche portare ad un rendimento negativo. Questo perché il prezzo dei CCT varia al variare dei tassi di mercato, ma anche al variare del rischio Paese Italia (misurato dallo SPREAD BTP/BUND, differenza tra i tassi del BTP italiano e del Bund tedesco, entrambi con scadenza a 10 anni). Ricordiamo, infatti, che:

  • se i tassi di mercato salgono, i prezzi delle obbligazioni scendono e viceversa;
  • se lo SPREAD BTP/BUND (rischio di fallimento dell’Italia) sale, il prezzo dei CCT, essendo obbligazioni emesse dallo Stato italiano, scende e viceversa.

La prima di queste due correlazioni inverse è quella che in gergo viene detta rischio tassi o meglio rischio di variazione dei tassi. Il prezzo dei CCT, dunque, può scendere se la BCE, Banca Centrale Europea, decide o ha in previsione di aumentare i tassi di mercato. Fortunatamente, se i tassi di mercato salgono, anche l’Euribor a 6 mesi e il tasso cedolare dei CCT direttamente proporzionale all’Euribor salirà.

Allo stesso modo, se i tassi di mercato scendono, perciò il tasso cedolare tenderà a fare lo stesso, il rendimento globale dei CCT verrebbe supportato da un aumento del loro prezzo, che si muove nel verso opposto a quello dei tassi.

Tutto ciò comporta che il prezzo dei CCT sia meno sensibile alla variazione dei tassi di mercato rispetto al prezzo di un BTP che ha un tasso cedolare fisso prestabilito per tutta la sua durata.

Si può dire che il rischio tassi per i CCT è minore rispetto a quello dei BTP. Per approfondire le dinamiche tassi / prezzi dei BTP, ti rimandiamo alla guida completa sui BTP.

Il rischio di credito dei CCT

Il rischio che la nostra amata Italia vada in default è solitamente un rischio non percepito da chi investe in singoli Titoli di Stato di casa. Si tratta di un rischio che, seppur remoto, esiste e se si realizzasse comporterebbe un grave danno per gli investitori di CCT.

In tal caso lo Stato non sarebbe in grado di pagare i flussi cedolari previsti dal contratto o di rimborsare il capitale alla scadenza. Il gioco, ovvero il basso rendimento dato dal CCT, vale la candela? Senza contare poi che, un’eventuale fase di alta tensione sulla solvibilità del Paese Italia, potrebbe influenzare negativamente l’andamento del prezzo del titolo.

Insomma, investendo in CCT ti esponi inevitabilmente al “rischio Italia”. Pertanto, valuta bene, nel caso, in che proporzione rispetto al tuo patrimonio globale conviene farlo. Considera il peso dell’economia italiana rispetto a quella mondiale e il fatto che hai già un lavoro, un conto corrente, una casa, un’impresa o altri asset in Italia.

Se vuoi investire in singoli Titoli di Stato, classe in cui ricadono i CCT, devi sapere che esistono prodotti finanziari, come fondi o ETF che, grazie all’estrema diversificazione, abbattono notevolmente tali problematiche, pur avendo rendimenti simili, se non addirittura superiori.

Il rischio di liquidità dei CCT

Vi è un altro rischio legato ai CCT, quello della loro liquidità. In questo caso non intendiamo il concetto classico di rischio liquidità, ovvero di strumenti non facilmente acquistabili o vendibili in qualsiasi momento. Infatti, con le giuste modalità e gli specifici canali di acquisto e vendita, i CCT sono sempre accessibili agli investitori e allo stesso tempo liquidabili.

Qui ci riferiamo fondamentalmente a due caratteristiche dei CCT che li rendono poco liquidi o se vogliamo poco elastici in termini di acquisto e vendita:

  1. il primo vincolo che hanno i CCT risiede nel fatto che possono essere comprati e quindi venduti solo per cifre multiple di 1000€;
  2. il secondo vincolo è legato al fatto che, per riottenere la stessa cifra investita all’emissione, senza rischiare di vendere i CCT ad un prezzo inferiore a causa del rischio tassi, andrebbero mantenuti fino alla scadenza dei 7 anni.

Pertanto, i CCT sono, in un certo qual modo, un po’ più vincolati rispetto ad altri tipi di investimenti sia nella quantità che nella durata. 

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Conviene investire in Certificati di Credito del Tesoro?

Come visto, quello che maggiormente influisce sul rendimento finale di un investimento in CCT è, senza dubbio, l’andamento dei tassi di mercato, che si riflette sull’Euribor a 6 mesi. Per avere un’idea precisa dell’entità delle cedole variabili storicamente pagate da questi Titoli di Stato, ti consigliamo di consultare il sito ufficiale della Banca d’Italia.

Come sempre accade in finanza, tutte le previsioni future lasciano il tempo che trovano. Alcune considerazioni però si possono fare. Per avere maggiori rendimenti dai CCT:

  • i tassi di mercato dovrebbero continuamente salire;
  • lo SPREAD BTP/BUND continuamente scendere.

Nel primo caso anche l’inflazione sarebbe in crescita o rimarrebbe elevata, in quanto la politica monetaria di aumento dei tassi, attuata dalle banche centrali, serve proprio ad abbassare l’inflazione. Perciò,  quello che guadagneresti dai Certificati di Credito del Tesoro sarebbe azzerato dall’alta inflazione.

Nel secondo caso bisognerebbe sperare in una forte e duratura crescita economica del nostro Paese. Situazione certamente auspicabile, non sempre concretizzatasi nel passato e di difficile previsione per il futuro.

Come e dove si acquistano i CCT?

Approfondiamo ora il discorso, accennato precedentemente, sulle possibilità di acquisto e vendita dei CCT e sulle loro quotazioni. Esistono essenzialmente due modi per acquistare i CCT:

  • alla loro prima emissione, durante il cosiddetto collocamento;
  • in qualsiasi momento successivo, ovviamente prima della loro scadenza (ovvero 7 anni dopo l’emissione).

In entrambi i casi dovrai appoggiarti ad un istituto di credito (banca) o altro intermediario finanziario.

Come funziona l’acquisto di CCT in collocamento?

Il collocamento dei CCT è affidato alla Banca d’Italia e avviene con il meccanismo dell’asta marginale. Questo significa che gli intermediari (es. banche) pagheranno i titoli al prezzo marginale, cioè al più basso dei prezzi fra tutte le offerte accettabili. Infatti, è sempre presente una procedura, per filtrare le domande speculative.

Le aste sono di solito mensili per uno stesso titolo. Vi è poi, ogni anno, un’asta di emissione di nuovi titoli. I risparmiatori possono partecipare a queste aste solo attraverso banche ed altri intermediari autorizzati.

mercato finanziario CCTmercato finanziario CCT

Come avviene l’acquisto di CCT sul mercato secondario?

L’acquisto (o la vendita) in un momento successivo al collocamento iniziale di un titolo CCT può essere fatto sui seguenti mercati secondari:

  • MOT (Mercato telematico delle Obbligazioni e dei Titoli di Stato) gestito da Borsa Italiana S.p.A., dedicato ai risparmiatori (attraverso un intermediario);
  • MTS (Mercato Telematico dei titoli di Stato), riservato agli intermediari autorizzati (banche e società di investimento) per importi superiori ai 2,5 milioni di euro.

Dove trovare le quotazioni dei CCT?

Come detto, una volta emessi, i CCT possono essere scambiati, acquistati o venduti sul Mercato telematico delle Obbligazioni e dei Titoli di Stato (MOT) gestito da Borsa Italiana. Sul sito internet ufficiale di Borsa Italiana sono visibili in tempo reale le quotazioni dei prezzi a cui vengono scambiati giornalmente i CCT.

La pagina riporta i seguenti dati relativi ai Certificati di Credito del Tesoro attualmente esistenti ed acquistabili:

  • nome;
  • ISIN (codice alfanumerico che identifica univocamente gli strumenti finanziari);
  • ultimo prezzo quotato;
  • scadenza;
  • tasso d’interesse della prossima cedola.

Cliccando sul codice ISIN dei singoli CCT, potrai accedere a dati ancora più dettagliati ed interessanti quali:

  • rendimento effettivo a scadenza lordo e netto;
  • data dell’ultima cedola pagata;
  • grafici interattivi sull’andamento dei prezzi.

Cosa sono i CCT 2030?

Si tratta di un Certificato di Credito del Tesoro con scadenza 15 ottobre 2030, che, ad esempio, nel momento in cui scriviamo:

  • ha una quotazione di 98,84€;
  • ha un tasso d’interesse della prossima cedola del 2,476%;
  • ha un rendimento (annuo) effettivo a scadenza netto del 4,38%.

Il rendimento atteso a scadenza è sicuramente aumentato rispetto al momento dell’emissione (15 ottobre 2021) di questo specifico CCT, a causa dell’aumento dei tassi di mercato verificatosi negli ultimi anni. Allora, la domanda che ti faccio è questa: Vale la pena avere questo rendimento?”.

Prima di rispondere, però, devi avere la piena consapevolezza dei seguenti fattori:

  • detenere un CCT ti espone ad un elevato rischio specifico, in caso di insolvenza dell’emittente Stato italiano;
  • potresti investire lo stesso capitale stanziato per questi titoli in altri strumenti finanziari, che abbiano gli stessi rendimenti attesi o addirittura maggiori, rischiando molto meno.

Nonostante qualche pregio, in generale, i CCT sono strumenti da utilizzare con le dovute cautele. Pur conservando un certo fascino sugli investitori italiani, è di vitale importanza inserire i Certificati di Credito del Tesoro all’interno di una pianificazione finanziaria personalizzata.

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Finance

cosa significa e come costruirlo


Cosa vedremo in questo articolo

Un portafoglio diversificato è un elemento chiave per gli investitori che desiderano massimizzare i potenziali rendimenti e ridurre al minimo i rischi. Perché è così importante avere un portafoglio diversificato?

In questo articolo esploreremo i benefici dell’avere un portafoglio diversificato e i rischi di un portafoglio non diversificato, nonché le diverse opzioni di investimento disponibili. Inoltre, forniremo strategie per la diversificazione del portafoglio e consigli su come gestirlo e monitorarlo in modo efficace.

Perché è importante avere un portafoglio diversificato?

La diversificazione del portafoglio è importante perché aiuta a ridurre il rischio complessivo degli investimenti. Quando si investe tutto il capitale in un’unica attività o un solo settore, si assume un rischio elevato. Se quel settore o attività subisce un crollo, tutto il portafoglio potrebbe essere danneggiato gravemente. Se, invece si ha un portafoglio diversificato, si distribuisce il rischio su diversi settori e classi di attività, riducendo così l’impatto negativo dei cambiamenti nel mercato su un singolo investimento.

Rischi di un portafoglio non diversificato

Un portafoglio non diversificato è esposto a rischi significativi. Se si investe tutto il capitale in un’unica azione o obbligazione, si è completamente dipendenti dalle performance di quel singolo titolo. Se quello specifico titolo subisce una perdita, tutto il portafoglio vedrebbe un risultato negativo. In più, senza diversificazione, non si ha l’opportunità di beneficiare dei potenziali guadagni in settori diversi.

Cosa significa esattamente “portafoglio diversificato”? Per diversificare il proprio portafoglio, gli investitori possono allocare il loro capitale in una varietà di asset finanziari come azioni, obbligazioni, fondi, immobili o materie prime. Questa strategia permette di bilanciare il rischio e di sfruttare le opportunità di guadagno in diversi mercati.

In aggiunta, la diversificazione può avvenire anche all’interno di un singolo settore. Ad esempio, se si desidera investire nel settore tecnologico, si può scegliere di acquistare azioni di diverse aziende tecnologiche, invece di concentrarsi su un’unica società. In questo modo, si riduce il rischio di essere fortemente influenzati da eventi specifici che potrebbero colpire solo una società.

È importante sottolineare che un portafoglio diversificato non garantisce profitti o protezione totale dal rischio. Tuttavia, è una strategia ampiamente consigliata dagli esperti finanziari per ridurre il rischio complessivo e massimizzare le opportunità di guadagno a lungo termine.

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Benefici del portafoglio diversificato

La diversificazione del portafoglio offre vari benefici per gli investitori. Uno dei principali vantaggi è la riduzione del rischio complessivo. Nel caso in cui si possegano diversi tipi di investimenti, le perdite in un settore possono essere compensate dai guadagni in altri settori. Inoltre, la diversificazione può aiutare a proteggere il capitale dagli eventi imprevisti come le recessioni economiche o le fluttuazioni dei mercati finanziari.

Un altro vantaggio della diversificazione del portafoglio è la possibilità di ottenere rendimenti migliori nel lungo periodo. Potrebbe accadere di investire in diverse classi di attività. Qui si ha la possibilità di sfruttare le opportunità di guadagno in settori diversi ad esempio, mentre il settore immobiliare potrebbe non essere in crescita, le azioni tecnologiche potrebbero essere in forte espansione. La diversificazione consente di partecipare a queste opportunità in modi diversi.

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Comprendere i diversi tipi di investimenti

Prima di iniziare a costruire un portafoglio diversificato, è importante comprendere i diversi tipi di investimenti disponibili. I principali tipi di investimenti includono azioni, obbligazioni, fondi comuni di investimento, ETF, immobili e materie prime.

Azioni e obbligazioni: una panoramica

Le azioni rappresentano una partecipazione proprietaria in un’azienda. Gli investitori acquistano azioni per beneficiare dei dividendi e dei potenziali aumenti di valore delle azioni stesse. Le obbligazioni, d’altra parte, sono titoli di debito emessi da enti governativi o aziende. Gli investitori acquistano obbligazioni per ricevere interessi regolari e il rimborso del capitale alla scadenza.

Fondi comuni di investimento e ETF

I fondi comuni di investimento e gli ETF (Exchange Traded Fund) sono strumenti molto utili per diversificare il portafoglio. I fondi comuni di investimento raccolgono i soldi di diversi investitori e investono in una serie di titoli. Gli ETF, invece, sono fondi negoziati in borsa che replicano l’andamento di un indice. Entrambi i veicoli di investimento offrono accesso a diversi settori e azioni.

Immobili, materie prime e altri investimenti

Gli investimenti immobiliari e nelle materie prime sono altre opzioni che possono contribuire alla diversificazione del portafoglio. Gli investimenti immobiliari possono includere proprietà a reddito, fondi immobiliari e azioni di società immobiliari. Le materie prime, come l’oro, possono avere performance diverse da quelle dei mercati finanziari tradizionali.

Ma andiamo oltre! Esistono anche altri tipi di investimenti che potrebbero interessarti. I titoli di Stato sono obbligazioni emesse da governi nazionali, per finanziare le proprie attività. Questi titoli sono considerati sicuri e stabili, poiché sono supportati dalla garanzia del governo. Inoltre, i certificati di deposito sono strumenti finanziari emessi dalle banche che offrono un tasso di interesse fisso per un determinato periodo di tempo. Sono considerati un’opzione a basso rischio per gli investitori che cercano stabilità e sicurezza.

Un altro tipo di investimento che potresti considerare è il mercato valutario, noto anche come Forex. In questo mercato, gli investitori acquistano e vendono valute per trarre profitto dalle fluttuazioni dei tassi di cambio. Il Forex è un mercato molto liquido e volatile, che offre opportunità di guadagno anche a breve termine. Tuttavia, è importante sottolineare che il trading valutario comporta anche un alto grado di rischio.

Strategie per la diversificazione del portafoglio

La diversificazione del portafoglio può essere raggiunta attraverso diverse strategie. Alcune delle strategie più comuni includono la diversificazione tra classi di attività, la diversificazione geografica e la diversificazione temporale.

La diversificazione del portafoglio è un concetto fondamentale per gli investitori che desiderano ridurre il rischio complessivo del proprio portafoglio. Oltre alle strategie menzionate, esistono anche altre modalità di diversificazione che possono essere adottate per ottimizzare la gestione degli investimenti.

Diversificazione tra classi di attività

La diversificazione tra classi di attività significa, come detto in precedenza, investire in diverse categorie di investimento, come azioni, obbligazioni, fondi comuni di investimento, immobili e materie prime. Questo aiuta a ridurre il rischio associato a un singolo tipo di investimento e permette di partecipare a potenziali rendimenti in diversi settori.

Le azioni possono offrire un elevato potenziale di crescita a lungo termine, mentre le obbligazioni forniscono redditi più stabili e sicuri. Combinare queste diverse classi di attività può contribuire a bilanciare il portafoglio e a garantire una maggiore resilienza alle fluttuazioni di mercato.

Diversificazione geografica

La diversificazione geografica implica l’investimento in diverse regioni geografiche. È possibile investire in azioni statunitensi, europee, asiatiche e dei mercati emergenti. Questa strategia previene la concentrazione del rischio in un’unica area geografica e consente di beneficiare delle opportunità di crescita in diversi Paesi.

Investire in diverse regioni del mondo può anche offrire una maggiore protezione contro eventi economici o politici che potrebbero influenzare negativamente un singolo mercato. Consente, poi, agli investitori di sfruttare le differenze nei cicli economici regionali per massimizzare i rendimenti complessivi del portafoglio.

Portafoglio diversificato: cosa significa e come costruirloPortafoglio diversificato: cosa significa e come costruirlo

Gestione e monitoraggio del portafoglio diversificato

Una volta costruito un portafoglio diversificato, è importante gestirlo e monitorarlo in modo regolare per assicurarsi che rimanga bilanciato e allineato agli obiettivi finanziari.

Bilanciamento del portafoglio

Il bilanciamento del portafoglio consiste nel regolare le allocazioni tra le diverse classi di attività per mantenerle in linea con gli obiettivi di investimento originali. Ad esempio, se una classe di attività ha ottenuto un rendimento eccezionale, potrebbe essere necessario ridurre l’esposizione a quella classe e reinvestire in altre classi che siano sottovalutate.

Revisione periodica del portafoglio

È importante rivedere periodicamente il portafoglio per assicurarsi che sia ancora coerente con gli obiettivi di investimento e con il profilo di rischio. Le condizioni di mercato e gli obiettivi personali possono cambiare nel tempo, quindi una revisione periodica aiuta a garantire la coerenza del portafoglio con questi cambiamenti.

Adattamento del portafoglio alle modifiche delle condizioni di mercato

Le condizioni di mercato possono variare e innescare cambiamenti significativi nel rendimento di un portafoglio. È importante essere consapevoli delle condizioni di mercato e apportare eventuali modifiche al portafoglio di conseguenza. Ciò potrebbe includere l’aggiunta o la rimozione di determinati titoli o l’aggiustamento dell’asset allocation.

È interessante notare che la gestione attiva del portafoglio può comportare anche l’utilizzo di strumenti finanziari derivati, come le opzioni o i futures, per proteggere il portafoglio da possibili perdite o per sfruttare opportunità di guadagno. Sono strumenti che consentono agli investitori di assumere posizioni che si muovono in direzione opposta alle loro posizioni attuali, riducendo così il rischio complessivo del portafoglio.

Inoltre, un altro aspetto importante della gestione del portafoglio è la diversificazione geografica. Investire in diverse regioni del mondo può aiutare a mitigare il rischio legato a eventi specifici di un singolo paese o regione. Ad esempio, se un investitore ha una forte esposizione al mercato statunitense e si verifica una crisi economica in quel paese, un portafoglio diversificato con esposizione a mercati europei o asiatici potrebbe aiutare a ridurre l’impatto negativo sul rendimento complessivo del portafoglio.

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Finance

Come funziona il Welfare aziendale: vantaggi e svantaggi


Cosa vedremo in questo articolo

Si parla sempre di più di welfare ovvero di benessere sul lavoro e del suo valore nella motivazione dei dipendenti, ma perché questo concetto si è così affermato negli ultimi anni? Da cosa deriva la necessità di creare veri e propri piani di benessere sociale nelle aziende? Come funziona il welfare sul lavoro e in che modo si può implementare concretamente i piani di benessere sociale?

Welfare aziendale: cos’è?

In cosa consiste esattamente il welfare aziendale? Si tratta di un termine che racchiude tutti i benefici e i servizi che una determinata azienda offre ai propri dipendenti. È indipendente dal loro stipendio regolare e lo si applica affinché venga apprezzato il lavoro quotidiano e ci si prenda cura di sé stessi.

Tali benefici possono riguardare vari ambiti della vita professionale, tra cui la salute fisica e mentale, la sicurezza, le condizioni di lavoro confortevoli e l’atteggiamento nei confronti dei lavoratori.

Maggiore è la mole di agevolazioni, migliori saranno i risultati in termini di benessere dei dipendenti.

Dietro la nascita di programmi che supportano il welfare dei dipendenti, c’è una precisa filosofia: dall’idea che un dipendente debba svolgere solo le mansioni assegnate si è passati al concetto di gestione delle risorse umane. Secondo questa visione, i lavoratori costituiscono il patrimonio di un’impresa, il suo vantaggio competitivo, e sono essenziali per il suo successo.

Tali risultati, tuttavia, sono possibili solo se i dipendenti si sentono pienamente motivati ​​al lavoro, seguendo il principio secondo cui un dipendente felice corrisponde a un datore di lavoro felice.

Per avere dipendenti felici, perciò, è necessario che le aziende e, soprattutto i dipartimenti delle risorse umane, intraprendano i passi giusti.

Welfare aziendale in Italia

In Italia, sono tanti gli esempi eccellenti che hanno fatto del welfare aziendale la propria bandiera: da Ferrari a Barilla, da Ferrero a Cucinelli. I loro lavoratori e le rispettive famiglie sono riusciti a percepire l’impresa come un vero e proprio partner di vita.

Anche Intesa San Paolo e Sace si sono mosse nella stessa direzione, seguendo un trend che viene soprattutto dal Nord Europa, che è sempre più in espansione: l’implementazione della settimana lavorativa di 4 giorni.

Il welfare aziendale va a braccetto, poi, con lo smart working. Dopo la fine della pandemia, periodo in cui la formula è stata una necessità, questa modalità si è configurata come un buon compromesso, per consentire ai dipendenti di conciliare le esigenze lavorative con quelle personali.

In sintesi, tra il lavoratore e il datore di lavoro si crea un reciproco scambio che si traduce, per l’impresa, in una redditività migliore e, per il dipendente, in un sostegno nei momenti difficili.

Welfare aziendale: perché è utile

Il motivo per cui oggi c’è bisogno di welfare sul lavoro è legato allo sconvolgimento dell’intero panorama. Difatti, la tecnologia ha trasformato il modo in cui le imprese e le persone operano, modificando non solo il ritmo ma anche la spesa per il lavoro. Non è una novità: siamo cambiati rispetto a decenni fa. Oggi i lavoratori sono più istruiti, consapevoli e informati.

Ci troviamo, quindi, inevitabilmente di fronte a una società che ha cambiato bisogni, richieste e aspettative. I dipendenti moderni desiderano vivere una vita più confortevole e soddisfacente, per compensare la richiesta di tempo, energia e pensieri che continuamente dedicano al proprio business durante il loro lavoro.

Welfare significa, quindi, fare un passo verso i propri dipendenti con investimenti mirati al loro benessere e comfort. Non si tratta, in realtà, di un aspetto puramente organizzativo, gestionale o economico, ma della consapevolezza del datore di lavoro di confrontarsi con una nuova azienda, un’era di lavoro del tutto differente.

welfare in azienda

Le imprese sono chiamate, insomma, a rivedere e ripensare come incoraggiare, premiare e valorizzare le proprie risorse affinché scelgano di impegnarsi nella propria missione, portando motivazione, idee, creatività e volontà di partecipare alla missione dell’azienda.

Oggi, soprattutto grazie a molteplici studi, sappiamo anche quanto la soddisfazione e il senso di appartenenza dei dipendenti forniscano un notevole ritorno in termini di impegno, dedizione, positivismo, produttività e performance.

Un dettaglio del welfare

Il welfare aziendale aiuta, quindi, le aziende a diventare consapevoli, organizzate e proattive nel realizzare soluzioni per coinvolgere, sostenere e premiare le proprie risorse, grazie a questi incentivi. In questo modo si sentono integrate in un vero e proprio sistema che ruota attorno alla loro vita.

Va detto, infine, che al giorno d’oggi, i dipendenti sono attenti quando si tratta di candidarsi per un particolare lavoro. Prendono in considerazione numerosi fattori, ad esempio il salario offerto e le condizioni di lavoro, la cultura organizzativa e i benefit.

Le imprese, che desiderano attrarre i candidati con il maggior potenziale, non possono ignorare l’importanza del benessere dei dipendenti. Dopotutto, potrebbe succedere che il dipendente che vorrebbero assumere scelga concorrenti che hanno dimostrato di prendersi più cura di lui.

Pertanto, quest’area dovrebbe essere una parte estremamente importante della strategia HR di qualsiasi impresa.

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Come funziona il welfare aziendale

Chiarito il concetto di massima, la domanda sorge spontanea: in pratica, quali misure di welfare adottano le aziende? Spesso, dopo diverse consulenze con esperti del settore, le imprese offrono ai lavoratori alcuni vantaggi:

  • accesso alle cure mediche di base;
  • sussidio per occhiali correttivi;
  • tessera della palestra;
  • consulenza sulla salute mentale;
  • formazione, corredino per neonati, sussidi per ferie e cibo.

Il numero di benefici può essere illimitato: tutto dipende dalle capacità e dalle priorità dell’azienda. Tuttavia, questi non sono gli unici modi, per prendersi cura del benessere dei dipendenti.

Alcune imprese, infatti, scelgono di implementare una settimana lavorativa di 4 giorni o di ridurre l’orario di lavoro il venerdì, in modo che i lavoratori possano riposarsi un po’ di più, mentre li motivano mostrando riconoscimenti e lodandoli in pubblico per i loro risultati.

Le misure di welfare aziendale, insomma, dovrebbero essere introdotte tenendo conto delle esigenze e delle aspettative dei dipendenti.

Welfare aziendale: pro e contro

Le aziende che hanno a cuore il benessere dei dipendenti vedono un morale in crescita, maggiore motivazione e impegno nel lavoro, nonché livelli più elevati di produttività dei dipendenti.

Non è un segreto che quando i membri del team vedono che il loro lavoro è apprezzato e l’azienda non li tratta semplicemente come forza lavoro, si sentono meglio sul posto di lavoro e anche i loro risultati sono migliori.

Pertanto, prendersi cura del welfare dei dipendenti dovrebbe essere considerato un investimento che si tradurrà nel successo dell’azienda.

Inoltre, la creazione di una strategia di Employer Branding, basata sul benessere dei lavoratori, garantisce un maggiore interesse per le posizioni aperte e consente di scegliere tra i candidati interessati a lavorare in tale ambiente, oltre ad attrarre i migliori talenti.

Allo stesso tempo, ha un impatto anche sugli altri dipendenti, riducendo il turnover del lavoro o il numero di assenze per malattia, il che abbassa il costo delle operazioni quotidiane dell’azienda.

Svantaggi per imprese e lavoratori

Se per i dipendenti l’adozione di un piano welfare aziendale non ha alcuno svantaggio, non può dirsi altrettanto per le imprese.

Innanzitutto, elaborare un piano welfare vuol dire investire a diversi livelli: in primis, in un sondaggio conoscitivo delle necessità e delle aspettative dei dipendenti, poi anche in una consulenza specialistica che traduca i risultati del sondaggio in benefit rispondenti alle aspettative.

L’impresa dovrà, poi, dedicare una risorsa alla sottoscrizione degli accordi, acquistare una piattaforma di welfare, informare i dipendenti, istituire un regolamento e definire delle procedure automatiche. I risultati positivi, inoltre, saranno visibili solo dopo qualche mese, per non dire un anno.

Un altro aspetto da valutare è il rischio di creare possibili disuguaglianze tra i dipendenti; alcuni lavoratori potrebbero beneficiare di servizi e vantaggi migliori rispetto ad altri, creando così tensioni e risentimenti all’interno dell’azienda.

Anche sotto il profilo fiscale, non sempre e non tutte le imprese possono accedere alle detrazioni: la regola numero uno è che il piano welfare sia applicato a tutti i dipendenti in maniera paritaria, pena l’invalidazione degli incentivi.

Insomma, l’impegno economico non è irrilevante e, sebbene la lista dei vantaggi sia molto più lunga di quella degli svantaggi, la valutazione a monte è essenziale, per non rischiare di dissipare il capitale inutilmente o creare tensioni all’interno dell’azienda, ottenendo di fatto il risultato opposto da quello desiderato.

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Welfare: come costruire un piano aziendale

Il welfare aziendale è l’insieme dei benefit che il datore di lavoro offre ai propri dipendenti. Rappresenta, quindi, una serie di beni e servizi selezionati dall’impresa, per soddisfare le esigenze quotidiane dei lavoratori e delle loro famiglie.

La prima azione da intraprendere è, quindi, elaborare un piano welfare aziendale basato sulle specificità dei propri dipendenti.

Si può procedere effettuando un’indagine per sondare le loro esigenze, le mancanze e i desideri. Il sondaggio consente di costruire un piano di assistenza sociale ad hoc per la tua azienda.

Non esistono piani rigidi e precostituiti: un piano di welfare sociale va pensato, costruito e personalizzato con cura.

Molte imprese, per fare un esempio, scelgono di creare piani di assistenza sociale per categorie omogenee di dipendenti a pari livello di autorità o di occupazione oppure per categorie eterogenee di dipendenti.

In entrambi i casi, dovrai decidere se dare alle tue risorse la possibilità di scegliere di ricevere benefici o premi sotto forma di stipendio o l’equivalente in beni e servizi sociali. La tua scelta dipenderà dal tipo di approccio che desideri implementare all’interno della tua impresa.

welfare aziendalewelfare aziendale

Welfare on top o premium

È la soluzione sociale applicata a categorie omogenee di lavoratori. Prevede l’offerta di beni e servizi ai dipendenti effettuata unilateralmente dall’azienda e senza l’intervento dei rappresentanti dei lavoratori.

Questo tipo di piano sociale può essere utilizzato solo per beni e servizi non monetizzabili, cioè per i quali non è noto il valore dell’incentivo. Viene chiamato anche welfare premium perché è correlabile con gli obiettivi aziendali.

Welfare contrattuale

Riguarda in genere le soluzioni più semplici, rese obbligatorie da contratti e categorie settoriali, tra queste rientrano anche i Female Benefits.

Fringe Benefits e Flexi Benefits

Per progettare il proprio piano di welfare è importante distinguere le due categorie di benefici che possono essere concessi: Fringe Benefits e Flexi benefits.

  • Fringe Benefit: sono pagamenti in natura corrisposti dalle aziende ai propri dipendenti. Sono considerati come una parte aggiuntiva della remunerazione rispetto allo stipendio ordinaria. Si tratta di elementi che, se inseriti in un contratto, vengono forniti al dipendente sotto forma di beni o servizi e non in denaro. Alcuni esempi di Fringe Benefit sono il cellulare, il laptop, la casa, i buoni pasto e il veicolo ad uso privato;
  • Flexi Benefit: sono considerati complementari alla retribuzione ordinaria e sono esenti dal pagamento di contributi e tasse. Il loro obiettivo principale è migliorare la privacy del lavoratore, facilitando o alleviando determinati oneri. Qualche esempio ? Prestazioni per coperture sanitarie o aiuti familiari quali asili nido, assicurazioni, abbonamenti a centri sportivi, ecc. I Flexi Benefit hanno risvolti positivi sulla motivazione, sul clima aziendale e sul sentimento di appartenenza all’impresa, influenzando indirettamente performance e produttività.

Categorie di beni e servizi

Dopo aver effettuato un’analisi del target di riferimento, e quindi delle esigenze dei dipendenti, potrai dedicarti alla scelta dei servizi e dei relativi fornitori:

  • incentivi economici: comprendono buoni acquisto o pasto, versamenti di bonus in un fondo pensione, possibilità di ottenere prestiti a tasso agevolato;
  • incentivi in ​​materia di istruzione: rimborso delle spese sostenute per il pagamento delle rette o del materiale scolastico per i bambini, servizi di doposcuola, centri estivi o sportivi, borse di studio nonché la formazione e specializzazione del dipendente, stage esterni all’azienda;
  • incentivi per la gestione familiare: servizi di baby sitting, asilo nido aziendale, sostegno ai familiari malati o non autonomi, congedi parentali per i neo genitori;
  • incentivi per lo sport: palestra aziendale o convenzioni con strutture esterne, lezioni collettive, sport all’aria aperta;
  • incentivi sanitari: visite mediche e controlli offerti dall’azienda, accesso al medico specialistico, vantaggi sui servizi sanitari e assistenziali;
  • incentivi alla mobilità: agevolazioni sui servizi di trasporto, abbonamenti, smart working, auto aziendale, etc.

La tabella qui sotto riepiloga la costruzione di un piano welfare aziendale:

come fare welfare aziendalecome fare welfare aziendale

Fonte: datalog.it

Chi ha diritto e chi no

Quali dipendenti avranno diritto al welfare aziendale? La risposta è: tutti. Ovviamente, con delle differenze.

A questo scopo, servirà la redazione di un regolamento che potrà essere consultato per capire e scegliere i benefit di cui usufruire. In particolare, potranno usufruire dei vantaggi i dipendenti:

  • che hanno un livello di reddito prestabilito;
  • che risiedono a una certa distanza dal posto di lavoro;
  • con lo stesso inquadramento;
  • con figli;
  • con lo stesso livello;
  • di una sede specifica.

Insieme a loro, potranno accedere al piano welfare anche:

  • coniugi o compagni di fatto;
  • figli;
  • fratelli e sorelle, anche se hanno in comune un solo genitore;
  • genitori;
  • nuore e generi;
  • suoceri.

Piattaforma welfare aziendale: come gestire il piano

Gli strumenti che collegano i dipendenti alla fornitura di beni e servizi offerti dai partner aziendali sono le cosiddette piattaforme di welfare.

Si tratta di software che consentono ai dipendenti di accedere alle offerte e soddisfare i loro reali bisogni del momento.

Alcune imprese danno anche la possibilità ai lavoratori di proporre nuovi servizi da integrare nell’offerta della piattaforma per soddisfare ulteriori necessità non contemplate.

Ogni dipendente ha il proprio accesso alla piattaforma di welfare in modo personalizzato e con i propri identificatori segreti, così può gestire e organizzare come beneficiare dei propri incentivi, in base alle proprie esigenze.

Migliori piattaforme welfare Italia

In Italia sono almeno 5 le piattaforme di Welfare più utilizzate:

  • Aon: la sua creazione risale al 1982, offre programmi e servizi personalizzati e un’area di flexible benefits. Unico neo, l’interfaccia grafica, non troppo user friendly;
  • Coverflex: Fondata nel 2020, propone oltre 10.000 tipologie di servizi personalizzabili. La start up sta conquistando le aziende grazie alla dashboard di facile utilizzo;
  • Edenred: azienda francese datata 1962 in Francia, è in assoluto la veterana del settore, la prima a lanciare i buoni pasto. Tuttavia, oggi risulta nell’impostazione abbastanza tradizionale e poco innovativa. È il motivo per cui, pur restando un solido punto di riferimento, risulta però superata da altri concorrenti nelle preferenze delle imprese;
  • Sodexo: altra francese di lunga data ed esperienza(è nata nel 1966), è specializzata nell’emissione di voucher spendibili presso i punti vendita o gli erogatori dei servizi;
  • Noiwelfare: unica italiana della Top 5, si avvale della collaborazione con un’altra azienda leader, Easylife, e mette a disposizione, oltre ai benefit, anche un consulente fiscale e un esperto previdenziale, per fornire supporto alle aziende ai fini delle deducibilità.

Tassazione welfare aziendale

L’adozione di un piano welfare aziendale, infine, consente alle imprese di accedere a degli incentivi fiscali.

La norma di riferimento principale è il TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi), che viene integrato, di anno in anno, dalle varie manovre finanziarie approvate dal governo.

Incentivi fiscali per le aziende

In linea di principio, per essere ammessi alla deducibilità fiscale, le aziende devono coinvolgere nei propri piani welfare tutti i dipendenti, secondo il principio della parità. L’articolo n. 51 del TUIR indica l’elenco dei benefit che possono usufruire di uno sconto fiscale Ires e Irap.

Le imprese, che migliorano il benessere dei propri dipendenti, sono premiate dallo Stato con un bonus sui costi lordi degli stipendi dei propri dipendenti che va dal 30 al 40%. Per completezza di informazione, va detto che alcuni contratti di lavoro nazionali hanno reso obbligatorio il piano di welfare. Tali contratti si applicano a:

  • argentieri;
  • esercizi pubblici;
  • gioiellieri;
  • metalmeccanici;
  • operatori del turismo;
  • ristoratori;
  • operatori del settore delle telecomunicazioni.

Per tutte queste categorie, la deducibilità è pari al 100%. Per i settori, invece, che non hanno ancora formulato un regolamento, le detrazioni si calcolano nella misura del 5 per mille sul costo dei benefit.

Un’ultima menzione va fatta sui premi che vengono convertiti in welfare: l’operazione, infatti, assicura alle imprese l’esenzione dai contributi Inps.

Benefici per i dipendenti

Ma perché un dipendente decide di convertire un premio in benefit welfare? È semplice, il benefit non è tassato, il premio in busta paga sì.

Se il lavoratore opta, dunque, per quest’ultima soluzione non riceverà l’intera somma prevista come incentivo aziendale, ma un importo da cui sono state dedotte le tasse (circa il 10%) e i contributi (9%).

C’è anche un altro vantaggio legato alla conversione dei premi in welfare. Gli incentivi in denaro devono avere un limite, ma, se il lavoratore decide di convertire il premio in welfare e sceglie, ad esempio, servizi di tipo sanitario, questo limite scompare.

Vuol dire che, a conti fatti, se non guadagnerà materialmente di più, il lavoratore spenderà decisamente molto meno e potrà permettersi controlli di salute altrimenti inaccessibili.

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