Confronto Dispositivi Telepedaggio 2024: Prezzi e Servizi Inclusi


La modalità di pagamento dell’autostrada più comoda è senza dubbio il telepedaggio, che permette di pagare la cifra dovuta senza fermarsi al casello.

In Italia la soluzione di telepedaggio per eccellenza è il Telepass, ma sapevi che oggi esistono anche delle alternative? Infatti sono di recente entrati sul mercato anche UnipolMove e MooneyGo: vediamo insieme quanto costano, cosa includono e come scegliere quello che fa al caso tuo 🚗

Telepass e le alternative: UnipolMove e MooneyGo

In questa tabella trovi un rapido confronto dei tre servizi di telepedaggio attualmente disponibili in Italia 👇

Servizio Costi Info
Telepedaggio UnipolMove
▪️ Flat: 1,50€/ mese
▪️ Pay per Use: 0,50€/ giorno di utilizzo
▪️ Attivazione: 0-5€ in base al piano
Promo a tempo: 12 mesi gratis
✅ Possibilità secondo dispositivo
✅ Include anche: parcheggi, servizi mobilità, pagamenti vari
Telepedaggio MooneyGo
MooneyGo
▪️ Flat: 1,50€/ mese
▪️ Pay per Use: 2,20€/ mese di utilizzo
▪️ Attivazione: 5-10€ in base al piano
✅ 2 targhe associate al dispositivo
✅ Include anche: parcheggi, servizi mobilità, pagamenti vari
Telepedaggio Telepass
Telepass
▪️ Flat: 3,90-4,90€/ mese in base al piano
▪️ Pay per Use: 2,50€/ mese di utilizzo
▪️ Attivazione: 0-10€ in base al piano
Promo a tempo: 12 mesi gratis
✅ 2 targhe associate al dispositivo
✅ Include anche numerosi altri servizi in base al piano

Ma chi sono queste tre aziende? Ecco una breve panoramica di ciascuna:

Parte del Gruppo assicurativo Unipol, l’azienda è attiva dal 2022. Offre il pagamento dei pedaggi autostradali e non solo.

Operativo dal 2023, fa parte di Mooney, azienda controllata da Enel e Intesa Sanpaolo che si occupa di pagamenti e mobilità.

La più storica soluzione di telepedaggio in Italia, è attiva dagli anni ‘90. Nel corso degli anni ha introdotto sempre più servizi.

💡 Il funzionamento per tutte e tre le soluzioni è il medesimo: una volta ottenuto il dispositivo da collocare in auto, potrai passare i caselli autostradali che presentano la lettera T su sfondo giallo, semplicemente rallentando. Il pagamento avviene in automatico e ti viene fatturato secondo i tempi indicati nel contratto.

Vuoi qualche informazione in più per chiarirti le idee e capire quale dispositivo di telepedaggio fa al caso tuo? Prosegui la lettura per scoprire tutto ciò che serve, tra cui:

UnipolMove: costo, attivazione e servizi

UnipolMove propone due piani per i clienti privati, uno “flat” (cioè in abbonamento) e uno “pay per use”, che si attiva solo quando utilizzi effettivamente il servizio. Eccoli a confronto:

BASE
⭐ Offerta fino al 25/06/24
PAY PER USE
⭐ Offerta fino al 30/07/24
Gratis per i primi 12 mesi, poi:
▪️ 1,50€/ mese per il primo dispositivo
▪️ 1€/ mese per il secondo
0,50€ per ogni giorno di utilizzo
Attivazione e consegna: gratis Attivazione e consegna: 5€ anziché 10€
Pagamento mensile Pagamento all’utilizzo
Secondo dispositivo gratis Il secondo dispositivo può essere aggiunto alle stesse condizioni economiche
▪️ Telepedaggio
▪️ Pagamento parcheggi
▪️ Area C Milano
▪️ Prenotazione tagliando e riparazione vetri
▪️ Soccorso stradale
▪️ Altri pagamenti: taxi, carburante, PagoPa, bollo, Skipass
▪️ Telepedaggio
▪️ Pagamento parcheggi
▪️ Area C Milano
▪️ Prenotazione tagliando e riparazione vetri
▪️ Soccorso stradale
▪️ Altri pagamenti: taxi, carburante, PagoPa, bollo, Skipass
Disdetta gratuita e senza vincoli Disdetta gratuita e senza vincoli

Le modalità di attivazione dipendono dal pieno scelto (il piano Base attivabile di persona e online, mentre quello Pay per Use solo di persona):

  • Sito web;
  • App UnipolMove; 
  • Agenzia UnipolSai; 
  • Filiali BPER Banca;
  • Punti Sermetra;
  • PuntoLis.

In ogni caso, per poter collegare il sistema di pagamento occorre fornire il codice IBAN dell’intestatario del contratto, oppure una carta prepagata dotata di IBAN e abilitata al servizio di addebito diretto (SDD).

⚠️ Attualmente UnipolMove consente di pagare il pedaggio dell’autostrada su tutta la rete italiana, ad eccezione della Sicilia.

MooneyGo: piano tariffario, attivazione e servizi

Anche MooneyGo offre due piani in base alle esigenze del cliente: 

ABBONAMENTO PAY PER USE
1,50€/ mese 2,20€/ mese (solo nei mesi di utilizzo)
Attivazione e consegna: 5€ Attivazione e consegna: 10€
Pagamento settimanale Pagamento settimanale
2 targhe associate 2 targhe associate
▪️ Telepedaggio
▪️ Pagamento parcheggi
▪️ Area C Milano
▪️ Traghetto Stretto di Messina
▪️ Altri servizi: taxi, trasporto pubblico, veicoli in sharing, musei e altre attrazioni
▪️ Telepedaggio
▪️ Pagamento parcheggi
▪️ Area C Milano
▪️ Traghetto Stretto di Messina
▪️ Altri servizi: taxi, trasporto pubblico, veicoli in sharing, musei e altre attrazioni
Disdetta gratuita e senza vincoli Disdetta gratuita e senza vincoli

Mentre la tariffa in abbonamento è pensata per i viaggiatori abituali, quella Pay per Use risulta particolarmente interessante per chi utilizza l’autostrada soprattutto in alcuni mesi all’anno – ad esempio, nei periodi di vacanza.

L’attivazione di MooneyGo può avvenire online, dal sito o dall’app, oppure nei punti vendita Mooney (circa 15.000 bar, tabacchi ed edicole). 

Puoi associare il tuo dispositivo MooneyGo a una carta di credito o debito del circuito Visa o Mastercard, oppure a una carta Mooney.

Telepass: tariffe, attivazione e servizi

Il più storico fornitore di servizi di telepedaggio in questi mesi sta modificando le sue offerte, aggiungendo nuovi servizi e rivedendo di conseguenza anche i costi dei diversi piani. 

➡️ Sicuramente l’hai notato se sei già cliente Telepass e in questo periodo hai ricevuto una comunicazione di modifica unilaterale del contratto: alcuni piani, come Family e Twin, hanno subito aumenti. Ne parliamo meglio in questo paragrafo.

Attualmente, le principali soluzioni per i privati sono 3:

BASE
⭐ Offerta fino al 15/07/24
PLUS
⭐ Offerta fino al 15/07/24
PAY PER USE
Gratis per 12 mesi, poi 3,90€/ mese Gratis per 12 mesi, poi 4,90€/ mese 2,50€/ mese di utilizzo

Dal 1° luglio: 1€/ giorno di utilizzo telepedaggio + 1€/ giorno di utilizzo altri servizi

Attivazione e consegna: gratis Attivazione e consegna: gratis Attivazione e consegna: 10€
2 targhe associate 2 targhe associate 1 targa associata (2 dal 1° luglio)
20% cashback sul pedaggio
▪️ Pedaggio
▪️ Parcheggio
▪️ Vignette elettroniche
▪️ Area C Milano
▪️ Traghetto Stretto di Messina
▪️  Strisce Blu dal 1° luglio
20% cashback sul pedaggio
▪️ Pedaggio
▪️ Parcheggio
▪️ Vignette elettroniche
▪️ Area C Milano
▪️ Traghetto Stretto di Messina
Altri servizi: strisce blu taxi, trasporto pubblico, carburante, ricarica elettrica, bollo, Skipass, PagoPa
▪️ Pedaggio
▪️ Parcheggio
▪️ Vignette elettroniche
▪️ Area C Milano
▪️ Traghetto Stretto di Messina
▪️  Strisce Blu dal 1° luglio
Disdetta gratuita e senza vincoli Disdetta gratuita e senza vincoli Disdetta gratuita e senza vincoli

💡 Puoi aggiungere al piano un secondo dispositivo, con altre due targhe associate, al costo di 0,88€ per 3 mesi e a seguire 2,88€ al mese.

Rispetto alle altre concorrenti, Telepass è l’azienda che offre più flessibilità nel comporre il proprio piano: chi non necessita di tutti i servizi inclusi nell’abbonamento Plus può optare per la tariffa Base. La soluzione Pay per Use, inoltre, soddisfa le esigenze di chi usa l’autostrada solo saltuariamente. 

Di contro i prezzi Telepass risultano leggermente più alti, anche in virtù del maggior numero di servizi offerti. 

Per attivare un piano Telepass hai diverse opzioni:

  • Dall’app;
  • In un Telepass Store a Milano o Torino;
  • In un Telepass Point presso una Eni Station;
  • In un Centro Servizi Telepass.

La fatturazione da parte di Telepass avviene trimestralmente e per il pagamento è necessario collegare il proprio IBAN.

Come scegliere il dispositivo di telepedaggio più adatto a te

Se dopo tutte queste informazioni percepisci un po’ di confusione, è normale 🙂 Facciamo un passo indietro per capire meglio le tue esigenze e trovare la soluzione più adatta a te. Ecco 3 domande che ti aiuteranno a fare chiarezza:

1. Pay per use o abbonamento?

Capirlo ti permetterà di escludere circa metà delle offerte, così da concentrarti solo su quelle che fanno davvero al caso tuo. 

Ti consigliamo un’offerta Pay per Use se non usi molto i parcheggi a pagamento e se:

  • Prendi l’autostrada poche volte ma ben distribuite durante l’anno: una soluzione con pagamento per giorno di utilizzo (come Telepass e UnipolMove) può andare bene per te.
  • Prendi l’autostrada poche volte e soprattutto in specifici mesi (ad esempio per le vacanze estive e invernali): potresti optare per una soluzione con pagamento per mese di utilizzo, come quella di MooneyGo.

Ti consigliamo un’offerta in abbonamento se:

  • Usi l’autostrada o i parcheggi a pagamento più spesso di 2 o 3 volte al mese: in questo caso la scelta del dispositivo può basarsi sul costo e sui servizi aggiuntivi inclusi. Il che ci porta al prossimo paragrafo 👇 

2. Quali servizi aggiuntivi utilizzi?

Abbiamo visto che ce ne sono davvero tanti, e probabilmente non tutti ti saranno davvero utili: tutto dipende dalle tue abitudini. Per facilitarti il confronto ti lasciamo le pagine dedicate ai servizi inclusi – oltre al telepedaggio – per ciascuna soluzione analizzata:

Telepass risulta essere l’opzione con più servizi extra inclusi, ma la possibilità di usufruirne dipende dal piano sottoscritto. Se invece cerchi una soluzione più semplice, con i servizi essenziali, ti consigliamo di orientarti su UnipolMove o MooneyGo.

3. Su quanti veicoli userai il dispositivo?

Non tutte le aziende permettono di utilizzare il servizio su più veicoli. Ad esempio, Telepass e MooneyGo consentono di associare 2 targhe per ogni dispositivo, mentre UnipolMove propone l’aggiunta di un secondo dispositivo a un prezzo vantaggioso.  Quest’ultima opzione è offerta anche da Telepass, ma a un canone più alto.

Se tu e la tua famiglia possedete più auto (che usate spesso contemporaneamente), quindi, è bene porsi anche il dubbio di quanti dispositivi può aver senso richiedere.

Aumento tariffe Telepass: chi riguarda e cosa fare

In conclusione, facciamo un riepilogo di cosa è successo in questi ultimi mesi ai clienti Telepass e di come puoi eventualmente dare disdetta, se lo desideri.

AUMENTI TELEPASS: UN RIASSUNTO

Cos’è successo? Ad aprile 2024 molti clienti hanno ricevuto una comunicazione di modifica contrattuale in cui Telepass comunicava un aumento di prezzo
Chi riguarda? I clienti con piano Telepass Family, che ora diventa Telepass Base, e quelli con servizio Telepass Twin
Di quanto aumenta il prezzo? Da 1,83€ a 3,90€ al mese
Quali sono i motivi? Come spiega Telepass stesso nella lettera inviata ai clienti, gli aumenti sono dovuti agli investimenti condotti in questi anni dalla società e all’aggiunta di nuovi servizi
Da quando saranno attivi i nuovi prezzi? Dal 1° luglio 2024
Si può dare disdetta? Sì, entro il 30 giugno 2024 è possibile chiudere il contratto senza costi né penali.

Come dare disdetta a Telepass in seguito agli aumenti di prezzo? La procedura è molto semplice e può essere svolta:

  • Via email scrivendo all’indirizzo [email protected];
  • Via PEC all’indirizzo [email protected]
  • Via posta scrivendo a TELEPASS S.p.A. – Customer Care, Via del Serafico 49 – 00142 ROMA;
  • Presso i Telepass Store, i Centri servizi dei gestori autostradali e gli altri punti vendita o assistenza autorizzati Telepass;
  • Chiamando il numero verde Telepass al 800 904 940 attivo dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 17:30 

Ricorda di indicare le tue generalità e il piano Telepass che intendi disdire, oltre a specificare che la disdetta avviene in seguito alla proposta di modifica unilaterale del contratto. Qui trovi un esempio di modulo per la disdetta a Telepass.

⚠️ Infine, non dimenticare di restituire il tuo dispositivo Telepass: puoi consegnarlo presso  i Telepass Store, il Centro Servizi Telepass o i Telepass Point Eni Station, oppure spedirlo con raccomandata postale a: Telepass S.p.A. – Via del Serafico 49 – 00142 Roma.

Sappi che, comunque, puoi restituire il dispositivo senza inviare alcuna comunicazione e la disdetta risulterà ugualmente valida.



Finance

15 libri da leggere di economia e finanza per iniziare a investire


Cosa vedremo in questo articolo

Leggere libri di economia e finanza è davvero così utile come sembra? Assolutamente sì e ti spieghiamo subito il perché. Trader professionista o investitore principiante non ha importanza: un buon manuale può aiutarti ad apprendere i concetti base del mondo economico, a mantenere il focus sui tuoi obiettivi e a rimanere aggiornato sulle novità del mercato azionario.

Come si fa, però, a scegliere i volumi in grado di fare la differenza in un oceano sterminato di proposte editoriali? Semplice: per capire quali sono i migliori libri per iniziare a investire, non devi far altro che leggere questo articolo!

6 validi motivi per leggere i libri di economia e finanza

Leggere i testi più importanti e significativi dal punto di vista degli investimenti ti permette di acquisire le competenze necessarie, per comprendere tutti i mercati persino quelli più complessi, di affinare il tuo senso degli affari e di sviluppare delle forti capacità analitiche che ti permetteranno, insieme al tuo consulente finanziario indipendente di sviluppare la strategia più adatta al tuo portafoglio e ai tuoi obiettivi di crescita.

I vantaggi derivanti dalla lettura di questi volumi non finiscono qui.

I migliori libri di economia e finanza ti aiutano a:

1. Eliminare la paura degli investimenti

Marie Curie era solita dire che: “Niente nella vita dovrebbe essere temuto, solo compreso”. L’essere umano, per sua natura, tende ad aver paura delle cose che non conosce e a farsi influenzare dalle opinioni altrui, da quello che legge sui social o sente dagli organi di stampa. Un buon libro ti aiuta a comprendere e a costruire la tua personale consapevolezza.

2. Ampliare il vocabolario

Comprendere i termini più utilizzati nel mondo della Borsa non è semplice. Spesso, soprattutto i principianti, rischiano di perdersi in un universo di parole come asset class, futures o sigle come ETF o NFT. Un manuale di finanza ti permette di costruire da zero o ampliare il tuo glossario economico.

3. Pensare a nuove opportunità

Una buona educazione finanziaria ti aiuterà a sviluppare una strategia efficace, a valutare varie opportunità economiche o a capire, ad esempio, quali sono i migliori investimenti per i tuoi figli.

Leggere questi testi può suggerirti, inoltre, strategie e investimenti ai quali non avevi mai pensato o dato importanza. Spesso ti ritroverai a imparare e a prendere spunto da autori che hanno già percorso queste strade e che hanno risolto problemi e difficoltà che potresti incontrare anche tu.

4. Comprendere la psicologia economica

La finanza non può essere ridotta a curve, relazioni, grafici e modelli. Il mondo dell’economia è molto più vasto e va oltre la semplice teoria. Dietro un calcolo o un processo decisionale ci sono uomini che pensano, elaborano, comprendono. Nella nostra classifica troverai alcuni libri che affrontano la tematica economica proprio da un punto di vista psicologico.

5. Capire le tue abitudini di spesa

Il mondo dell’economia viaggia di pari passo con la realtà che viviamo quotidianamente. Shamari Benton, famoso professionista dell’alta finanza, ha recentemente affermato che basta entrare in un negozio di alimentari per fare i conti con una realtà intrisa di riflessioni economiche e analitiche. Sotto questo punto di vista, un manuale dedicato alla gestione del denaro ti aiuterà a fare luce su questioni alle quali non hai mai pensato.

Facciamo un piccolo esempio. Hai mai sentito parlare di disponibilità a pagare (DAP)? La DAP o Willingness to Pay (WTP) è l’importo massimo che sei disposto a spendere per un bene o un servizio per ottenere un miglioramento nella tua situazione o per evitare una perdita. Se non sai qual è la tua capacità di spesa, crei un divario tra DAP reale e ipotetica e le conseguenze sui tuoi risparmi possono essere davvero deleterie.

Imparare a conoscere il mondo dell’economia può aiutarti a gestire meglio le tue finanze e a prendere decisioni più sagge per te e per la tua famiglia.

6. Costruire una strategia a medio e lungo termine

Partire da una buona base teorica è fondamentale per comprendere dove vuoi arrivare e non solo. Capire quali sono i tuoi obiettivi economici a medio e lungo termine ti aiuterà a costruire, insieme al tuo consulente finanziario indipendente, la strategia finanziaria adeguata al tuo profilo di investitore.

Scarica 16 strumenti esclusivi e innovativi per conoscere tutti i segreti del mondo finanziario e investire con successo!

Che libri leggere per iniziare a investire?

Il successo in Borsa non nasce dal nulla. Scegliere i libri da leggere, per iniziare a investire, ti permette di comprendere il funzionamento del mercato azionario, di individuare la strategia di investimento più adatta a te e di compiere scelte ragionate.

Non dimenticare che la salute finanziaria del tuo portfolio è indispensabile così come evitare perdite che possano in qualche modo compromettere le tue risorse. Ok, fin qui tutto chiaro. Come si fa a capire qual è il testo di cui abbiamo davvero bisogno? Basta dare una rapida occhiata a qualsiasi scaffale dedicato ai libri di economia e finanza per capire due cose: la prima è che sono davvero numerosi, la seconda è che non tutti sono all’altezza delle aspettative.

Per aiutarti nella scelta abbiamo deciso di creare una lista con i migliori volumi dedicati a tre grandi aree tematiche:

  • investimenti;
  • finanza;
  • gestione del denaro.

Guida ai migliori libri per investire in Borsa

1° area tematica: investimenti

Padre ricco, padre povero – Robert T. Kiyosaki

Iniziamo la nostra rassegna con un classico dei libri dedicati al mondo degli investimenti. Padre ricco, padre povero, best seller da oltre 25 anni, ha aiutato milioni di persone nel mondo a prendere in mano le redini della propria vita finanziaria.

Il testo narra la storia dell’autore, ma soprattutto spiega, con dovizia di particolari, una visione davvero particolare dell’esistenza. Kiyosaki punta il focus sul tipico stile di vita occidentale: studiamo, lavoriamo, risparmiamo e moriamo. Desolante vero? Se, invece, provassimo a invertire la rotta, cercando una maniera per guadagnare senza lavorare?

Da qui parte la narrazione della vita dell’autore, una storia dominata dalla presenza di due personaggi: il vero padre, povero, e il papà ricco del suo migliore amico. Attraverso un’analisi lucida e priva di moralismi, Kiyosaki spiega le differenti vedute sul denaro da parte di entrambi, visioni che li hanno proiettati su strade diametralmente opposte: una vita faticosa e priva di soddisfazioni per uno, l’agiatezza e il lusso per l’altro.

Una delle teorie più interessanti presentate nel libro è proprio quella che ha a che fare con il trading.

L’autore prende ad esempio il mutuo: per pagarlo dobbiamo ovviamente possedere un reddito. E se provassimo invece a destinare tale rata a un investimento in azioni più rischioso ma più redditizio? Secondo l’autore, lo strumento ideale per investire è rappresentato dal trading online, ma attenzione: non ci si improvvisa trader ma occorre possedere una solida formazione o richiedere l’appoggio di un professionista del settore.

Il piccolo libro dell’investimento. Un modo efficace per garantire il tuo guadagno nel mercato azionario – John C. Bogle

Il testo scritto dal fondatore di Vanguard è un altro classico che non può mancare nella tua libreria. Raccomandato da giganti del settore come Warren Buffett e Charlie Munger, è un volume semplice da leggere ma, al tempo stesso, capace di proporre un’analisi approfondita sul mondo del trading.

Secondo l’autore, ogni investimento deve basarsi su una semplice regola: il buonsenso. Tradotto in termini pratici vuol dire arrivare a possedere l’intero mercato azionario, sfruttando la differenza tra investimenti attivi e passivi e riducendo in maniera significativa i costi relativi all’intermediazione finanziaria.

I passaggi più interessanti e pratici di questo libro sono due: l’analisi puntuale e sincera dei mercati finanziari e lo studio approfondito degli ETF.

L’automatic millionaire. Un one-step plan per diventare ricchi – David Bach

Lui è un manager di basso livello, lei un’estetista. Il loro reddito non supera la quota dei 55.000 dollari l’anno eppure possiedono due case, mantengono due figli al college, non hanno debiti e sono andati in pensione a 55 anni con più di 1 milione di dollari di risparmi.

La storia di questi due coniugi americani è il punto di partenza del libro scritto da David Bach, un testo considerato un vero e proprio vademecum per chi vuole prendere in mano le redini della propria vita finanziaria. Da qui la famosissima formula di Bach e, pagina dopo pagina, imparerai a:

  • liberarti dall’idea di dover possedere a tutti i costi un budget di partenza;
  • non aver bisogno di molti soldi;
  • non fare del denaro la tua ragione di vita;
  • creare un perfetto piano finanziario nel giro di un’ora.

L’autore raccomanda ai più giovani di investire fino al 60% in fondi azionari perché la giovane età permette loro di cavalcare senza problemi gli alti e bassi del mercato e di riservare soltanto dal 5% al 15% di risorse in obbligazioni.

L’investitore intelligente – Benjamin Graham

Graham è considerato all’unanimità il padre del value investing, una strategia di investimento fondata sull’acquisto di titoli snobbati dal mercato e ideale per premiare le operazioni di trading a lungo termine. Intere generazioni di investitori hanno costruito la propria fortuna finanziaria partendo dalla lettura di questo testo, scritto nel lontano 1949 e considerato come la Bibbia degli investimenti. Pensa che uno degli allievi più famosi di Graham è proprio Warren Buffett, uno degli investitori più ricchi al mondo.

In questo libro non troverai la formula magica per scegliere senza sbagliare i tuoi investimenti. L’autore infatti ha voluto condividere con il suo pubblico i principi che regolano il mercato azionario ovvero quei concetti base che puoi facilmente applicare a qualsiasi operazione finanziaria.

Se già hai investito del denaro, approfittare della nostra analisi gratuita per tagliare fino al 90% dei costi degli investimenti ora! Approfondisci subito di cosa si tratta.

Non lasciarti trarre in inganno dall’anno di pubblicazione. Graham è riuscito a creare un volume universale, capace di sfidare il tempo. Tuttavia, per una maggiore comprensione del testo, ti invitiamo ad acquistare l’edizione del 2003 rivista e commentata da Jason Zweig, editorialista del Wall Street Journal.

Un passo avanti a Wall Street: i segreti e le strategie per guadagnare in Borsa – Peter Lynch

Il best seller scritto da Peter Lynch, famoso investitore e filantropo statunitense, ha venduto più di un milione di copie in tutto il mondo. L’autore parte da una semplice domanda: è possibile utilizzare quello che già sai per guadagnare in Borsa? La risposta di Lynch non può che essere affermativa e, per dimostrare la sua tesi, descrive il metodo che ha utilizzato per raggiungere il successo finanziario.

Il mondo della Borsa non è una realtà destinata soltanto agli addetti del settore. Durante la giornata ci imbattiamo in un numero infinito di prodotti e servizi e le opportunità di investimento sono ovunque. Se riusciamo a prestare attenzione alle migliori, siamo sulla buona strada per individuare le società in cui investire, battendo sul filo di lana i trader professionisti.

Giocare in Borsa, tuttavia, non è un affare mordi e fuggi: se investi a lungo termine e senza fretta, afferma Lynch, sarai ricompensato dagli ottimi risultati.

Il piccolo libro per investire come un professionista. I 5 passi per scegliere le azioni migliori – Joshua Pearl e Joshua Rosenbaum

Pratico, semplice da consultare ed efficace. Il libro scritto da Pearl e Rosenbaum ti spiega come orientarti nel vasto mondo del trading, ma soprattutto come selezionare i titoli sui quali investire attraverso una serie di esempi pratici e di modelli utilizzati a Wall Street.

Particolarmente utile è la sezione dedicata ai fondi comuni di investimento e alle pensioni integrative, considerate come uno strumento ideale per pianificare il proprio futuro. Nel nostro manuale gratuito sulla previdenza, ti spieghiamo come gestire la tua situazione previdenziale, per aumentare la tua pensione futura.

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La psicologia dei soldi. Lezioni senza tempo sulla ricchezza, l’avidità e la felicità – Morgan Housel

Secondo gli esperti, uno dei principali problemi degli investitori alle prime armi è rappresentato dalle emozioni. Le sensazioni di paura, attesa o incertezza possono falsare la visione concreta del mercato azionario e della propria disponibilità economica, generando risultati spesso disastrosi.

Per contrastare questa tendenza, come esperti del settore ti sveliamo un segreto. Hai due strumenti a tua disposizione: il primo è richiedere l’intervento di un consulente indipendente che saprà indirizzarti verso le scelte più adatte al tuo profilo di investimento, la seconda, invece, è capire il perché di questi sentimenti.

Fra i libri di economia e finanza per principianti, La psicologia dei soldi risulta essere uno dei più pratici e semplici da comprendere. In questa sede imparerai a controllare le tue emozioni e a investire con una mente pronta e focalizzata sugli obiettivi che vuoi raggiungere.

Il metodo Warren Buffett. I segreti del più grande investitore del mondo – Robert G. Hagstrom

Nel corso di questo articolo abbiamo avuto modo di parlare più volte di Warren Buffett, il guru della finanza mondiale. Robert G. Hagstrom, chief Investment Officer di Equity Compass Investment Management, ha studiato le tecniche e i metodi utilizzati dall’Oracolo di Omaha (questo il soprannome di Buffett) e li ha riportati in questo libro che, in breve tempo, è diventato uno dei più letti sia dai principianti sia dai trader professionisti.

L’autore spiega con dovizia di particolari quali sono i punti dai quali partire: prendere poche ma importanti decisioni sulle quali costruire il proprio portfolio, evitare l’improvvisazione e smetterla di controllare continuamente il mercato azionario. Tra le altre cose, imparerai anche a capire e usare alcuni concetti e termini particolarmente cari a Buffett come, ad esempio, l’Economic MOAT.

A scuola di trading – Gianluca Defendi

Nella nostra classifica dei libri per iniziare a investire, non poteva mancare un manuale tecnico, perfetto per apprendere i principali rudimenti della materia.

L’autore spiega in modo semplice e pratico come si fa l’analisi dei prezzi, cosa sono i movimenti ciclici delle attività finanziarie, in cosa consistono concetti come la pressione rialzista e ribassista o, ad esempio, in cosa consiste il concetto di value area.

Davide Capoti – Bitcoin Revolution

Davide Capoti ci offre un interessante viaggio nel mondo delle criptovalute, le celebri monete elettroniche che ad oggi sono uno degli investimenti più diffusi al mondo.

L’autore ci aiuta a capire cosa sono e se conviene davvero investire in Bitcoin & co.

finanza sui librifinanza sui libri

Cosa studiare per capire la finanza?

2° area tematica: finanza

Ti diamo tre ragioni per cui dovresti leggere un libro dedicato interamente alla finanza:

  • l’educazione finanziaria è fondamentale per diventare protagonisti delle proprie scelte economiche;
  • conoscere la materia rappresenta un’ottima base per attuare ottime strategie di investimento;
  • un buon manuale ti permette di capire di quanto soldi hai bisogno nella tua vita e di quanto dovresti risparmiare ogni mese, per raggiungere i tuoi obiettivi.

Ti consigliamo due testi:

Finalmente ho capito la finanza – Maurizio De Pra

Questo libro, scritto in maniera semplice e piacevole, ti aiuta a capire il significato dei termini più utilizzati nel mondo dell’economia come indici di Borsa, acquisizioni, fusioni e così via.

De Pra spiega, con esempi alla mano, quali sono le principali leggi economiche e i meccanismi di base che regolano il mercato.

Principi di finanza aziendale – Richard A. Brealey, Stewart C. Myers, Franklin Allen

Questo è un manuale perfetto per chi ha già una conoscenza di base del mondo economico o per chi sta cercando dei libri sull’economia e la finanza aziendale.

Nel testo troverai la spiegazione di alcuni aspetti che riguardano da vicino il mondo delle imprese come, ad esempio, il modo in cui affrontano i cambiamenti socio-economici o in cosa consistono termini come valori, rischio di mercato, pagamento dei dividendi o finanziamento del debito.

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Come gestire il denaro: libri da leggere

2° area tematica: gestione del denaro

Non sai da che parte iniziare per imparare a gestire in maniera consapevole il tuo denaro? Inizia con i libri che seguono.

Ti insegno come diventare ricco. Il programma in 6 settimane che funziona davvero – Ramit Sethi

Chi ha detto che essere ricchi vuol dire spendere soldi?

In questo libro Ramit Sethi, uno dei più famosi consulenti finanziari americani, ti spiega come affrontare le insidie nascoste dietro il denaro, come risparmiare ogni mese, come far fronte ai vari debiti e come evitare di sperperare soldi.

Secondo questo guru della finanza è possibile spendere tranquillamente le proprie risorse soltanto dopo averle investite.

Il milionario della porta accanto – Thomas J. Stanley e William D. Danko

Questo è un libro che racconta fatti e storie reali per aiutarti a capire l’importanza del risparmio e degli investimenti. Gli autori hanno studiato le abitudini e gli stili di vita di oltre 1.000 milionari.

Il risultato ti stupirà: la maggior parte di queste persone vive al di sotto dei propri mezzi, non spende soldi in cose costose come auto di lusso o grandi case ma preferisce risparmiare e investire in azioni finalizzate a un guadagno a lungo termine.

Essere ricchi, secondo gli autori, vuol dire conquistare la capacità di risparmiare e investire.

O la borsa o la vita. 9 passi per trasformare il tuo rapporto con il denaro e ottenere l’indipendenza finanziaria – Vicki Robin e Joe Dominguez

Robin e Dominguez spiegano in modo pratico e veloce come gestire i nostri soldi per raggiungere l’indipendenza finanziaria.

Una delle lezioni più importanti che il libro ci insegna è di tenere traccia delle spese per capire dove vanno a finire i nostri soldi e modificare eventualmente le nostre abitudini di spesa.

Massimizza i tuoi profitti con l’aiuto di un professionista dedicato a te e risparmia ogni anno con la nostra analisi degli investimenti gratuita.





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Rendite mensili: 3 investimenti per averle


Cosa vedremo in questo articolo

Rendite mensili con investimenti di successo, il sogno di tutti. Le tanto discusse entrate passive! Ognuno di noi vorrebbe avere delle fonti di reddito automatiche, per integrare il proprio stipendio.

Il primo passo per costruire un portafoglio a rendita è identificare l’obiettivo alla base. Ora ti chiederai: è davvero possibile investire, per avere una rendita? Dove investire per averla?

Ecco 3 tipologie di investimento per costruire una reale rendita passiva.

Cedole e dividendi, un portafoglio diversificato

Sfruttare le cedole e i dividendi di strumenti finanziari è il metodo tradizionale per usufruire di una rendita passiva. L’importante è creare un portafoglio con un grado di rischio adatto al profilo dello specifico investitore.

Le cedole sono gli interessi rilasciati dalle obbligazioni, i dividendi sono gli utili distribuiti agli azionisti. Costruendo un portafoglio diversificato, si può ottenere un 3/4% netto annuo di rendita passiva. 

Chiaramente, più è grande il tuo patrimonio più questo reddito aggiuntivo sarà consistente. Proprio per questo motivo, il consiglio rivolto ai giovani è di accumulare più denaro possibile nel corso degli anni, per goderne poi quando il fisico non permetterà più ritmi di lavoro così elevati.

Questo metodo ha tre caratteristiche principali:

  • richiede poco tempo per la gestione (ancora meno se delegata);
  • livello di rischio deciso a priori dall’investitore, in base ai suoi obiettivi, orizzonti temporali ed indole personale;
  • il tuo patrimonio è sempre sotto il tuo controllo.

C’è qualcosa che già non ti torna o non capisci? Entra nel Caveau degli investimenti e scopri tutti i trucchi del mondo finanziario. Le cose saranno più chiare e facili, promesso!

Le azioni con dividendi convengono per avere una rendita mensile? 

Quando si parla di azioni vengono sempre in mente i loro dividendi. Ma cosa sono i dividendi azionari? In parole semplici è un pagamento fatto dall’azienda sottostante alla particolare azione, verso i suoi azionisti, ovvero coloro che detengono una o più azioni di quella determinata azienda.

Detto così sembra proprio un bel regalo fatto a chi ha investito nell’azione di quella azienda. È veramente così?

In realtà il dividendo non è un “bonus” generosamente elargito dalle società per azioni, ma una parte degli utili fatti dalle stesse e distribuiti ai suoi azionisti. Si tratta, però, solo di una scelta della particolare azienda, che avrebbe potuto anche reinvestire gli utili senza distribuire dividendi, facendo magari aumentare di valore il prezzo delle azioni.

Infatti, ad ogni distribuzione (stacco) dei dividendi si assiste solitamente ad una diminuzione del prezzo dell’azione, proprio perché questa ha ceduto parte del suo valore agli azionisti sotto forma di liquidità. Esistono azioni di diverso tipo, ma non tutte staccano dividendi.

Inoltre, anche quelle che li distribuiscono, potrebbero decidere di aumentarne o  diminuirne il valore fino ad azzerarlo oppure cambiarne la frequenza di pagamento (mensile, bimestrale, trimestrale, semestrale, annuale). I dividendi di un’azione non sono quindi costanti e sicuri nel tempo.

Pertanto, per costruirsi una rendita mensile attraverso i dividendi azionari, è necessario studiare bene le aziende che li staccano, il loro andamento storico e pianificare i flussi mensili desiderati.

Rendite mensili: buona idea dalle cedole delle obbligazioni?

A differenza dei dividendi da azioni, le cedole da obbligazioni sono per gli investitori degli ingressi di denaro più sicuri. Di fatto, le cedole obbligazionarie non derivano dagli utili di un’azienda molto spesso variabili, al contrario sono definite da un “contratto” tra l’emittente dell’obbligazione e l’investitore che di fatto gli sta prestando soldi.

Grazie a questo prestito l’emittente, azienda o Stato che sia, si finanzia per i suoi scopi e paga agli investitori/prestatori per un certo periodo di tempo e con una certa frequenza un tasso cedolare prestabilito.

Puoi capire come tale ingresso di denaro, assicurato dalle cedole delle obbligazioni finanziarie, sia fonte di guadagno regolare per l’investitore che voglia avere una determinata rendita periodica. L’entità delle rendite da cedole obbligazionarie è in genere inferiore a quella proveniente da dividendi azionari, a fronte però di:

  • una maggior certezza di pagamento;
  • un minor rischio di default dell’investimento;
  • una minor volatilità del portafoglio;
  • una migliore programmabilità dei flussi di denaro entranti. 

I conti deposito possono generare rendite mensili sicure?

I conti deposito sono, da un certo punto di vista, tra gli strumenti meno rischiosi del panorama finanziario. Essendo così poco volatili, offrono anche un rendimento e quindi una rendita piuttosto ridotta.

Si potrebbe dunque pensare di utilizzarli per crearsi una rendita mensile sicura, seppur di minore entità rispetto ad altri strumenti finanziari più volatili. Tuttavia, ciò non è sempre possibile, in quanto i loro rendimenti sono molto legati, per noi europei, ai tassi di interesse stabiliti dalla Banca Centrale Europea.

Finché essi avranno valori medio-alti, anche i rendimenti dei conti deposito saranno interessanti, ma in periodi di tassi nulli o molto bassi le loro performance tenderanno a zero.

Altro problema dei conti deposito è il rischio di fallimento della banca da cui vengono emessi. In tal caso, per quanto poco probabile ma sempre possibile, si rischierebbe di non rivedere, almeno in parte, il capitale investito e la relativa rendita collegata.

investire per avere rendite mensiliinvestire per avere rendite mensili

Cosa hanno di meglio i fondi comuni per generare una rendita?

Il problema di perdere tutto o gran parte del patrimonio investito in un singolo strumento finanziario, sia esso un conto deposito, un’obbligazione o un’azione è, per quanto remoto, purtroppo reale. Come è già successo in passato, succederà certamente anche in futuro.

Non c’è da augurarsi che il proprio capitale destinato a produrre rendite mensili venga coinvolto in uno di questi default: dovremmo dire addio, oltre che alla rendita, anche al capitale investito. Ciononostantec’è un modo per ottenere una rendita finanziaria periodica, tutelando allo stesso tempo il proprio patrimonio da questo rischio catastrofico. Questo è possibile solo grazie alla diversificazione.

A tale scopo sono nati fondi comuni a gestione attiva o a gestione passiva che al proprio interno hanno centinaia se non migliaia di azioni e/o obbligazioni.

Il fallimento di una o più di queste entità singole o dell’emittente stesso del fondo non compromette affatto l’investimento che continua a sopravvivere e a generare rendimenti. Questi possono essere prodotti sotto forma di cedole e dividendi tanto utili all’investitore che ha come obiettivo avere una rendita periodica.

Ecco perché sono nati investimenti collettivi, ossia fondi comuni ed ETF, “a distribuzione”, così denominati per la loro peculiarità di fornire periodicamente agli investitori dei dividendi. Vuoi approfondire la tematica degli ETF a distribuzione? Leggi il nostro articolo.

Investimenti e rendite: il P2P lending e il crowdfunding possono essere una soluzione?

Come in ogni ambito della vita, la risposta è dipende. Nell’ambito del P2P lending e del crowdfunding entra in gioco una buona fetta di fortuna.

Questa modalità di investimento consiste nel prestare capitale a terze parti (persone o aziende) per svolgere diverse tipologie di operazioni finanziarie, da cui viene riconosciuto un interesse elevato, fino al 10% annuo. Apparentemente sembrano investimenti sicuri, con rendite elevate. Le suddette operazioni finanziarie riguardano principalmente il finanziamento di consumatori finali, di nuove aziende, come le startup, e di progetti immobiliari; il tutto grazie alla raccolta di fondi su di una piattaforma digitale.

Il consiglio è di dedicare a queste forme di investimento solo una parte residuale (massimo 2-3%) del proprio patrimonio. Queste tipologie di investimento hanno tre caratteristiche principali:

  • elevati interessi riconosciuti;
  • rischio di credito: possibilità di non avere indietro il capitale investito, ovvero prestato;
  • rischio di fallimento della piattaforma.
  • nessun controllo sul capitale investito.

Insomma, come sempre la regola numero uno della finanza viene anche in questo caso rispettata: a grandi rendimenti attesi corrispondono sempre elevati rischi.

Leggi la nostra guida sul come investire in immobili e avere il successo che hai sempre sognato!

Rendite mensili: conviene comprare immobili?

In Italia è considerato l’investimento per eccellenza. Comprare una casa da mettere in affitto attraverso un mutuo è il terzo metodo per avere una rendita mensile.

Molti proprietari di case in affitto (Milano a parte) dichiarano di essere alla pari tra affitti ricevuti e costi sostenuti alla fine dell’anno. Quando invece si riesce ad essere profittevoli, si stima un rendimento medio netto del 3% annuo. Pari o addirittura inferiore alla rendita passiva di un portafoglio diversificato, ma con molte più incombenze e problematiche annesse.

La scelta di un immobile redditizio richiede elevate conoscenze e tanto tempo a disposizione per la gestione concreta (es. pratiche edilizie, ristrutturazioni, …). In aggiunta siamo tra i Paesi con il più alto tasso di morosità in Europa, attenzione dunque! Un business che nel tempo si è evoluto per risolvere le varie incombenze legate agli immobili, creando figure come il P.M. (Property Manager) e i Sublocatori.

Questa tipologia di investimento per generare una rendita ha tre caratteristiche principali:

  • richiede molto tempo per la sua gestione;
  • necessita di grandi capitali di partenza;
  • procura un forte stress psicologico;
  • è soggetto a molteplici rischi specifici (es. morosità degli inquilini, usura e danneggiamenti dello stabile, problemi di vicinato). 

investire nell'immobiliareinvestire nell'immobiliare

Se vuoi una rendita mensile dall’immobiliare investi nei REITs!

I REITs (Real Estate Investment Trusts) sono società che possiedono e/o gestiscono immobili, per generare rendite tramite compravendite, ristrutturazioni e canoni di locazione.  La definizione di REIT è internazionale mentre in Italia parliamo di SIIQ (Società di Investimento Immobiliare Quotate).

Le proprietà dei REITs possono essere di tutti i tipi: uffici, appartamenti, hotel, ospedali, centri commerciali, magazzini, ecc. I requisiti principali che un REIT deve avere sono i seguenti: 

  • distribuire ogni anno agli azionisti il 90% dell’utile sotto forma di dividendi;
  • detenere il 75% del patrimonio in immobili o obbligazioni del Tesoro;
  • avere il 75% del reddito lordo proveniente da affitti, vendite di immobili o interessi su mutui che finanziano proprietà immobiliari;
  • avere meno del 50% delle azioni detenute al massimo da cinque persone fisiche;
  • avere almeno 100 azionisti dopo il primo anno di esistenza
  • devono essere gestiti da un consiglio di amministrazione o da un amministratore fiduciario.

A questo punto forse ti starai chiedendo: come posso investire in un REIT, per avere rendite mensili? Per gli investitori retail le strade sono fondamentalmente due:

  • acquistando le azioni di una società di questo tipo;
  • comprando le quote di un fondo collettivo di investimento negoziabile in borsa (es. fondo comune a gestione attiva o ETF a gestione passiva).

Nel primo caso starai puntando su una singola società immobiliare con tutti i rischi annessi e connessi, mentre nel secondo caso diversifichi in centinaia di REITs di tutto il mondo o di una particolare area geografica, eliminando il rischio specifico di fallimento di una singola azienda).

Investire in REITs, in estrema sintesi, ha i seguenti vantaggi:

  • accesso al mercato immobiliare anche con piccole somme;
  • risparmio di tempo ed energia per gestire il proprio investimento immobiliare;
  • distribuzione di dividendi elevati;
  • diversificazione del portafoglio di investimenti.

Sei ancora sicuro di voler comprare un immobile fisico, per avere una rendita? Scegli l’analisi gratuita dei tuoi investimenti con un nostro consulente esperto e massimizza i tuoi soldi!

Come costruire una rendita fiscalmente ottimizzata

La rendita ottimizzata è la controparte ad accumulo del portafoglio di cui abbiamo parlato inizialmente. Come visto, produce cedole e dividendi automatici in momenti prestabiliti, in base agli strumenti finanziari che lo compongono. Invece, la rendita fiscalmente ottimizzata non produrrà cedole e dividendi in periodi prefissati, ma permetterà di reinvestire questi flussi di denaro automaticamente nel portafoglio, sfruttando l’interesse composto.

Sarà, quindi, l’investitore ad andare a prelevare il capitale nella quantità e nei periodi necessari alle sue esigenze. Questa modalità ha principalmente due pro:

  • i prelievi di denaro vengono fatti nelle posizioni del portafoglio che in quel momento del ciclo economico sono maggiormente favorevoli;
  • si evita la tassazione a ogni stacco automatico di cedola e dividendo, permettendo al capitale di crescere più omogeneamente.

In tal modo i tuoi investimenti ti daranno delle rendite senza fatica con tre specificità:

  • richiede più tempo del portafoglio tradizionale (meno se delegato);
  • permette una crescita lineare del capitale nel tempo;
  • necessita di competenze economico-finanziarie elevate.

Quanto investire per avere una rendita?

La risposta a tale domanda è come sempre: dipende! Dipende da quanti soldi ti servono, da che tenore di vita vuoi, da quanto puoi investire per generare rendite da investimenti.

Ipotizzando un rendimento medio netto annuo del 3-4%, 500.000 € ti daranno mediamente 15-20 mila euro netti l’anno. Questo è l’ordine di grandezza cautelativo che ti puoi aspettare da un investimento con la finalità di avere una rendita nel tempo. Quindi, capisci bene che, per avere rendite importanti, ci vogliono capitali altrettanto importanti!

Investimenti e rendite: il valore aggiunto della consulenza finanziaria indipendente

Qualsiasi metodo si decida di intraprendere, una valutazione attraverso la consulenza finanziaria di un professionista, può dare innumerevoli vantaggi.

Attraverso la pianificazione personalizzata, si può individuare correttamente il bisogno specifico e selezionare la soluzione migliore. Ognuno di noi è diverso dagli altri e così lo sono la sua situazione finanziaria, familiare e reddituale, di conseguenza la soluzione corretta alle sue esigenze sarà diversa.

Non perdere più tempo! È arrivato il momento di efficentare i tuoi investimenti con la nostra analisi gratuita e guadagnare ancora di più!





Finance

a quanto ammontano e come migliorarli


Cosa vedremo in questo articolo

Il risparmio è la quota di reddito netto che non viene speso per l’acquisto di beni e servizi, bensì accantonato. Nel corso di questo articolo scoprirai a quanto ammonta il risparmio privato degli italiani. Partiamo dall’inizio: il risparmio si ottiene sottraendo dal reddito disponibile delle famiglie la spesa per i consumi.

Si annoverano nel reddito, i guadagni da lavoro e da attività d’impresa, ma anche i compensi da interessi, dividendi e prestazioni sociali, al netto delle imposte. L’attitudine al risparmio è nel DNA degli italiani da generazioni, tanto che le stime riportano che i risparmi privati in Italia superino il PIL annuo del Bel Paese ma anche il suo grande debito pubblico.

Merita quindi fare un approfondimento, sia per comprenderne le cause che per soddisfare quella curiosità che sicuramente una volta nella vita ci ha portato a chiederci:

A quanto ammonta la ricchezza delle famiglie italiane?

Secondo un’indagine dell’Acri, Associazione di fondazioni e di Casse di risparmio, realizzata in occasione dell’89° Giornata mondiale del Risparmio, il termine risparmio porta con sé una valenza culturale nettamente positiva.

Per gli italiani è un aspetto davvero importante che spesso viene associato a concetti come tranquillità, tutela, saggezza e crescita. Per la maggior parte implica anche una proiezione al futuro, anche se a volte in concomitanza a sacrifici.

Ma a quanto ammonta il risparmio privato degli italiani? Andiamo per gradi.

Conosci tutti i segreti del mondo finanziario che ti faranno risparmiare e allo stesso tempo guadagnare di più? Entra nel Caveau IoInvesto per scoprirli.

I risparmi degli italiani

Il risparmio è un’abitudine con le radici nel presente e i frutti nel futuro. È un sollievo psicologico nel sapere che, mettendo da parte qualcosa, oggi ci assicuriamo una qualità della vita migliore domani. Anche soltanto la possibilità pervasa da un senso di sicurezza di poter affrontare con le risorse necessarie l’imprevisto dopodomani.

Non a caso ho adottato la parola “assicuriamo”: gli italiani sono notoriamente anche una popolazione sotto-assicurata.

Lo si deve alla tendenza a sottovalutare i rischi, soprattutto quelli legati ad eventi improbabili ma finanziariamente devastanti, alle limitate capacità di calcolo, statistiche e finanziarie e alla latente scaramanzia contro le sfortune accompagnata dalla cieca fiducia in quel saper fare tutto italiano dell’arrangiarsi.

Quindi, risparmiare non equivale esattamente ad assicurarsi, ma gli si avvicina in quanto dovrebbe fornire una sorta di auto-assicurazione contro le avversità. Vale la pena notare, infatti, come i motivi che spingono gli italiani al risparmio siano in buona parte sovrapponibili a quelle aree assicurative troppo spesso scoperte:

  • risparmio precauzionale, contro l’incertezza;
  • risparmio per l’acquisto di un immobile;
  • risparmio per eredità/figli;
  • risparmio per la pensione;
  • risparmio per investimenti.

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Fonte immagine: Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi, Le motivazioni del risparmio 2011-2022.

Anticipando ciò che si vedrà in dettaglio in seguito, lo strumento principale di destinazione dei risparmi degli italiani è il conto corrente.

Ecco quindi il paradosso di un popolo che primeggia per ricchezza accantonata spinto da un intuito assicurativo ma che, per scarsa educazione finanziaria, rischia di affievolire se non vanificare i suoi sforzi di protezione contro l’incertezza del futuro, affidandosi agli strumenti sbagliati.

Risparmi privati Italia: il totale

Veniamo ora alle cifre da capogiro dei risparmi privati in Italia stimate da una ricerca della Fabi, Federazione Autonoma Bancari Italiani, il sindacato autonomo dei bancari, pubblicata a fine settembre 2023.

Nel corso del 2023 la ricchezza finanziaria degli italiani è cresciuta di 80 miliardi di euro ed è arrivata a quota 5.216 miliardi, ben 552 miliardi in più rispetto al 2019, ovvero prima della pandemia. Si nota anche una riduzione dell’ammontare dei conti correnti a favore di azioni, obbligazioni e fondi comuni, in risposta ad uno stimolo creato dalla crescente inflazione.

i risparmi italiani prima del covidi risparmi italiani prima del covid

Fonte immagine:

A quali asset sono affidati questi risparmi?

La maggior parte, il 30%, riposa su conti correnti e conti deposito, insieme al contante. Un dato abbastanza stabile nel corso dell’ultimo decennio. A seguire, il 20% è destinato a polizze assicurative in leggera crescita dal 19% del 2010. Azioni singole, per un peso di quasi il 26% con una crescita consistente dal 19% di dieci anni fa a riprova che non c’era altra alternativa d’investimento a causa dei tassi bassi, addirittura negativi, offerti dal mercato obbligazionario.

Il 13% è investito in fondi comuni d’investimento, in ETF e in fondi a gestione attiva per un totale di 771 miliardi. Il risparmio gestito è il settore cresciuto di più (+216%), rappresentando nel 2010 solo il 6% dell’allocazione.

Alle obbligazioni è riservato soltanto il 7%, quando all’inizio dello scorso decennio occupavano il 20% dei portafogli.

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Fonte immagine:

Risparmi degli italiani: focus sul risparmio medio famiglia italiana

Se restringiamo il campo, e mettiamo a fuoco le singole famiglie, possiamo osservarne il risparmio medio e rispondere alla fatidica domanda:

A quanto ammonta il risparmio medio privato degli italiani?

Secondo la più recente “Indagine sui risparmi delle famiglie italiane”, rilasciata dalla Banca d’Italia e dall’Istat, il risparmio medio per famiglia italiana ammonta a circa 176 mila €.

Questo dato, tuttavia, è fuorviante, in quanto negli ultimi anni la fascia più povera della popolazione fatica sempre di più ad accantonare denaro. Secondo l’Osservatorio Findomestic, infatti, solo il 37% della popolazione riesce a mettere da parte denaro e l’inflazione elevata sta incrementando il trend.

Di questo 37%, inoltre, pochi scelgono di investire e optano per accumulare a fini di spese impreviste.

Quanto risparmia in media una famiglia italiana annualmente?

La risposta è circa il 10% del proprio reddito netto. Questo è un dato in calo rispetto al 12% degli anni precedenti, soprattutto prendendo in considerazione il  2020. In effetti per la pandemia, oltre alla tendenza diffusa ad accantonare di più in periodi di crisi e incertezza si è fatto complice un risparmio forzoso dovuto alle limitazioni della mobilità.

Come risparmiare ogni mese (anche con piccoli investimenti)

Come abbiamo visto, gli italiani sono i capofila quando si tratta di risparmio. L’attenzione si concentra sui piccoli investimenti e come risparmiare ogni mese. Ma come si fa? Quali strategie si possono applicare? Come si può risparmiare ogni mese?

Ecco per te una mini guida al risparmio, con 3 pilastri fondamentali per mettere in atto una strategia efficace di risparmio e 10 suggerimenti per risparmiare ogni mese.

Prima di vedere tutto ciò una premessa è dovuta: abbiamo detto che il risparmio è la rinuncia a spendere parte del proprio reddito netto, anche in vista di una maggior sicurezza nel futuro e con la fiducia che il domani sarà migliore perché abbiamo iniziato a costruirlo oggi. Nel far ciò non dobbiamo sbilanciarci troppo, tanto da sentire il peso ogni giorno delle notevoli rinunce e sacrifici fatti.

Bisogna trovare il giusto equilibrio tra spesa e risparmi, tra piaceri e felicità attuali da un lato e aspirazioni e desideri futuri dall’altro. Questo equilibrio è per ognuno diverso, come diversa è la propria situazione patrimoniale e familiare.

Veniamo ora ai 3 pilastri del risparmio e ai 10 suggerimenti per risparmiare ogni mese. 

I risparmi degli italiani e come aumentarli

Il primo passo per poter iniziare a risparmiare è essere consapevoli di quanti soldi entrano ed escono dal nostro portafoglio ogni mese. 

Sai quanto spendi ogni mese e per cosa? Se la risposta è no, dovresti iniziare a tener traccia della tua situazione finanziaria. Stila un bilancio famigliare e risparmia prima di spendere! Solo così potrai comprendere quanta parte di reddito devi necessariamente dedicare a spese insopprimibili, come il canone d’affitto, i prodotti alimentari, le bollette, le imposte, e quanta ne resta da dedicare al risparmio e a spese accessorie volte a soddisfare qualche sfizio e migliorare la qualità della vita.

Scegli quanto dedicare a ognuna e, se possibile, metti da parte la quota di risparmio non appena ricevuto il reddito e prima di iniziare a spendere.

Lo si può fare impostando un bonifico automatico verso un altro conto o spostando la cifra scelta in una cassaforte virtuale che spesso le banche oggi mettono a disposizione nel proprio home banking.

1. Mettere da parte il 20% del proprio reddito mensile

Questo è considerato un buon risultato, ma nulla vieta di incrementare o diminuire la cifra in rapporto alle proprie esigenze.

2. Crea un fondo per le emergenze

Per far fronte ai più comuni imprevisti, anche piuttosto onerosi, è consigliabile avere sempre da parte della liquidità corrispondente a circa 3-6 mesi di reddito. Attenzione, però, a non lasciare questi fondi sul conto corrente in balia dell’inflazione. Come abbiamo visto sopra, è un’abitudine diffusa tra gli italiani tenere troppa liquidità sul conto.

Una buona soluzione potrebbe essere l’apertura di un conto deposito. E se avessi più liquidità disponibile? Passa al punto 3.

3. Investi con strumenti finanziari efficienti!

Nei mercati finanziari il rendimento non è mai certo, ma i costi sì ed è ormai dimostrato come essi abbiano un forte peso nel limitare le performance. Ci sono, poi, da considerare gli obiettivi per cui si investe e il processo d’investimento, elementi che sommati dovrebbero portare alla creazione di portafogli in grado di proteggere il risparmio e anche accrescerlo.

Il problema dei risparmi degli italiani

Come abbiamo visto dai dati precedenti, persiste in Italia la tendenza a tenere disponibilità liquide in eccesso per motivi precauzionali. A causa di un contesto economico incerto, dettato da crisi geopolitiche e da modifiche delle catene di fornitura, l’elevata inflazione sta avendo un impatto negativo sulla nostra liquidità.

La scarsa cultura finanziaria nel Bel Paese incide molto e ciò lo si può vedere dalla ripartizione della ricchezza finanziaria e reale dove vi è ancora una netta preferenza al patrimonio immobiliare rispetto alla creazione di un portafoglio finanziario efficiente. Capire che la pianificazione finanziaria non è una scelta facoltativa, bensì una scelta doverosa per garantirsi un futuro migliore per sé e la propria famiglia, è il primo passo per sopravvivere in un contesto economico sempre più difficile.

Conclusioni

Concludiamo questo articolo con alcuni suggerimenti pratici per risparmiare ogni mese:

  1. Pensa due volte prima di comprare qualcosa. In questa maniera, eviterai alcuni acquisti impulsivi. Compra articoli riutilizzabili o, quando possibile, usati.
  2. Non sottoscrivere assicurazioni inutili ed estensioni di garanzia.
  3. Non giocare al superenalotto e comprare gratta e vinci. Le probabilità di vincita sono a tuo sfavore!
  4. Attenzione a non pagare interessi per gli scoperti di conto, frequenti quando si fanno acquisti con la carta di credito senza troppa attenzione.
  5. E attenzione a non ricevere multe per non aver rispettato termini di pagamento.
  6. Elimina il vizio del fumo e riduci l’assunzione di alcool. Ci guadagnerà anche la tua salute!
  7. Investi per migliorare le tue abilità e poter svolgere un lavoro che offra un reddito più alto.
  8. Attenzione agli abbonamenti con rinnovo automatico. Se smetti di usufruire del servizio, ricordati di disiscriverti.
  9. Fai la lista della spesa quando vai a far compere, così da acquistare soltanto il necessario. Limita poi gli acquisti d’impulso e per sfizio: spesso non migliorano la qualità della vita. Tra gli scaffali del supermercato controlla i prezzi al kg per confrontare i prodotti e verifica se, nonostante la diversità di marchio, sono prodotti nello stesso stabilimento o dalla stessa compagnia madre.
  10. Non esagerare con le colazioni al bar e i pasti fuori casa. 

E tu, quali strategie adotti per risparmiare? Come imposti il tuo bilancio familiare?

Il confronto con un consulente autonomo tramite la consulenza finanziaria online è allora caldamente consigliato, e noi consulenti indipendenti di IoInvesto Scf siamo a disposizione per darti una mano a sistemare in maniera efficiente il tuo portafoglio!

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Finance

tutto quello che devi sapere


Cosa vedremo in questo articolo

Cosa sono le Altcoin? Le criptovalute diventano ogni giorno più diffuse e, di conseguenza, cresce la necessità di imparare tutto il possibile sulle monete digitali che compongono il mercato.

Questo articolo illustrerà gli aspetti fondamentali riguardanti l’investimento in Altcoin. È importante non avere fretta nella ricerca di nuovi investimenti e prendersi il tempo necessario per leggere articoli di base per comprendere il funzionamento di una blockchain, capire come investire in criptovalute e ottenere dei portafogli efficienti.

Se hai familiarità con le basi del mondo delle criptovalute e vuoi approfondire, questo articolo ti aiuterà a scoprire quali sono le altcoin interessanti e come valutarle.

Cosa sono le Altcoin?

Le Altcoin sono criptovalute alternative a Bitcoin, ovvero tutte quelle criptovalute che non sono bitcoin stesso. Esistono moltissime Altcoin diverse ognuna con le sue caratteristiche uniche e con il suo caso d’uso specifico.

Spesso si sviluppano Altcoin per risolvere problemi o soddisfare esigenze specifiche che Bitcoin non riesce a soddisfare o per offrire funzionalità aggiuntive. Alcune Altcoin sono state sviluppate con l’obiettivo di essere più veloci o più sicure di Bitcoin mentre altre sono state create per supportare determinate applicazioni o per sfruttare specifiche opportunità di mercato.

Quante sono le Altcoin?

Il numero di Altcoin esistenti è in costante cambiamento, poiché vengono continuamente sviluppate nuove criptovalute e altre vengono abbandonate o falliscono.

A partire dal 2021, il numero di Altcoin conosciute era di circa 8000, ma questo numero è aumentato e diminuito nel corso degli ultimi anni, seguendo la ciclicità del mercato. Solo una piccola parte delle Altcoin ha una capitalizzazione di mercato significativa o è ampiamente utilizzata.

Capitalizzazione di mercato & dominance di BTC

Molti progetti di Altcoin sono in realtà progetti di ICO (Initial Coin Offering) ovvero offerte di monete digitali che vengono vendute agli investitori in cambio di denaro o altre criptovalute. Non tutti i progetti di ICO hanno successo e molti falliscono o non vengono mai completati. Pertanto, il numero effettivo di Altcoin attive e utilizzate può essere considerevolmente inferiore al numero totale di Altcoin esistenti.

Per avere un’idea della vastità del mercato e dei progetti esistenti esistono alcuni siti come Coinmarketcap e Coingeko, dove è possibile monitorare la situazione corrente e filtrare la ricerca in base ai nostri parametri d’interesse. Stando a quanto riportato da questi siti al momento le criptovalute listate sono oltre 22 mila, ed è probabile che continuino ad aumentare nel prossimo futuro.

Un aspetto fondamentale dell’investimento in Altcoin è la scelta del progetto su cui andare ad investire. Questa scelta, estremamente complicata, può essere aiutata da un fattore che già conosciamo dal mondo della finanza tradizionale: la capitalizzazione. Per le aziende la capitalizzazione è data dalla moltiplicazione del numero di azioni per il prezzo.

altcoin cosa sono e come funzionano

Criptovalute e capitalizzazione

Per le criptovalute il discorso è simile, con la differenza che al posto del numero di azioni sarà il numero di token effettivamente emessi ad essere moltiplicato per il relativo prezzo a definirne la capitalizzazione di mercato.

Come per le aziende che già conosciamo, anche in questo caso una maggior capitalizzazione è generalmente sinonimo di un progetto ben avviato e più solido rispetto ad uno sconosciuto appena lanciato. Sebbene questo non sia sufficiente a determinare la bontà del progetto stesso, alla luce delle migliaia di progetti attualmente in sviluppo è un buon metodo per effettuare una scrematura iniziale.

La dominance di Bitcoin è una misura della quota di mercato del bitcoin rispetto alle altre criptovalute: si calcola come la capitalizzazione di mercato del Bitcoin divisa per la capitalizzazione di mercato di tutte le criptovalute.

Ad esempio, se la capitalizzazione di mercato del Bitcoin è di $100 miliardi e la capitalizzazione di mercato di tutte le altre criptovalute è di $50 miliardi, la dominance sarebbe del 66,6%. La dominance di Bitcoin può essere utilizzata come un indicatore della forza o della debolezza della criptovaluta per eccellenza rispetto alle altre criptovalute e del mercato intero, così da avere un’idea della direzione macro attualmente in corso.

Quali sono le cryptovalute Altcoin?

Le principali altcoin sono criptovalute che hanno una capitalizzazione di mercato significativa o sono ampiamente utilizzate. Ecco alcune delle altcoin più conosciute:

  • Ethereum: è una criptovaluta basata sulla blockchain che viene spesso definita come “la criptovaluta per gli sviluppatori”. Ethereum offre una piattaforma su cui gli sviluppatori possono costruire e distribuire contratti intelligenti e decentralizzati, i cosiddetti Smart Contract;
  • Litecoin:  sviluppata come una versione “leggera” del bitcoin, con transazioni più veloci e una quantità di monete totali maggiore;
  • Ripple: è una criptovaluta progettata per il trasferimento di denaro a livello internazionale. Viene usato dalle banche e dalle società finanziarie per pagamenti transfrontalieri;
  • Monero: progettata nel 2014 per un elevato livello di privacy. Monero utilizza tecniche di crittografia avanzate per transazioni da tracciare;
  • Binance Coin: è la criptovaluta nativa della piattaforma di scambio di criptovalute Binance. Si usa per pagare le commissioni sulla piattaforma e può essere scambiato con altre criptovalute;
  • Cardano: è una piattaforma di blockchain open source che fornisce una soluzione scalabile e sicura per lo sviluppo di applicazioni decentralizzate (dApps). È stata sviluppata da un team di ricercatori e sviluppatori coordinati da Charles Hoskinson, co-fondatore di Ethereum;
  • Polygon: blockchain open source basata su Ethereum dà una soluzione scalabile per lo sviluppo di applicazioni decentralizzate (dApps). Mira a diventare una delle principali piattaforme per lo sviluppo di dApps, per un ambiente e strumenti di sviluppo e di integrazione, per facilitare la creazione di dApps.

Queste sono solo alcune delle altcoin più conosciute. Ce ne sono moltissime altre, ognuna con le loro caratteristiche uniche e scopo d’uso specifico.

Vuoi una guida completa per imparare velocemente tutti i segreti del mondo delle crypto e come investirle? Entra nel Caveau degli investimenti!

Delle Altcoin particolari: le Stablecoin

Una Stablecoin è un tipo di criptovaluta progettata per mantenere stabile il suo valore, spesso legandolo a una valuta fiat (come l’euro o il dollaro) o a un bene fisico (come l’oro o l’argento).

Le Stablecoin sono nate per fornire un’alternativa alle criptovalute volatili, che possono, invece, subire ampie fluttuazioni di prezzo in brevissimo tempo. Possono essere divise in due categorie principali: le stablecoin collateralizzate e le stablecoin non collateralizzate.

Le Stablecoin collateralizzate sono garantite da una riserva di valuta fiat o di beni fisici. Quelle non collateralizzate sono mantenute stabili grazie a un algoritmo che regola la domanda e l’offerta. Queste sono nate con l’obiettivo di offrire ai possessori un modo per trasferire denaro in modo rapido ed economico, senza doversi preoccupare delle fluttuazioni di prezzo delle criptovalute tradizionali.

Tuttavia, le Stablecoin non sono senza rischi, poiché possono essere soggette a problemi di liquidità e a regolamentazioni da parte dei governi.

Ricordiamo il caso di Terra (LUNA) e della sua Stablecoin algoritmica UST, che a fronte di problemi di liquidità ha portato al collasso l’intero ecosistema Terra decretando la fine del progetto.

Le principali Stablecoin

Le principali Stablecoin attualmente in circolazione sono:

  • Tether: è collateralizzata dal dollaro statunitense. Tether viene spesso utilizzato come mezzo di scambio su molte piattaforme di scambio di criptovalute;
  • USDC: è collateralizzata dal dollaro statunitense emessa da Circle e Coinbase. USDC viene utilizzata come mezzo di scambio su molte piattaforme di scambio di criptovalute e viene spesso utilizzata come strumento di riserva di valore;
  • Paxos Standard: è collateralizzata dal dollaro statunitense emessa da Paxos;
  • DAI: è una algoritmica non collateralizzata emessa da MakerDAO. DAI viene mantenuta stabile attraverso un algoritmo che regola la domanda e l’offerta ed è attualmente l’unica tra le più famose ed utilizzate a sfruttare il concetto di stablecoin algoritmica;
  • BUSD: è una collateralizzata dal dollaro statunitense emessa da Binance. BUSD viene utilizzata come mezzo di scambio sulla piattaforma di scambio di criptovalute Binance.

Come si investe in Altcoin?

Investire in Altcoin può essere rischioso, poiché il mercato delle criptovalute è altamente volatile, oltre al fatto che le Altcoin sono spesso meno mature e meno stabilizzate rispetto al Bitcoin. Inoltre, molti progetti di Altcoin sono in realtà progetti di ICO (Initial Coin Offering), ovvero offerte di monete digitali che vengono vendute a investitori in cambio di denaro o altre criptovalute.

Non tutti i progetti di ICO hanno successo e molti falliscono o non arrivano al completamento. Pertanto, è importante fare un’attenta valutazione del rischio prima di investire in qualsiasi Altcoin. Meglio affidarsi alla consulenza finanziaria online!

Detto questo, alcune Altcoin hanno avuto un rendimento molto significativo in passato e potrebbero rappresentare opportunità di investimento interessanti per gli investitori disposti a correre dei (grossi) rischi. Tuttavia, è importante fare una ricerca accurata e comprendere le caratteristiche e il potenziale di ogni altcoin prima di investirci.

In più, è importante diversificare il proprio portafoglio e non investire tutto il proprio denaro in una singola altcoin o in criptovalute in generale.

Investire in Altcoin: i rischi

Dopo aver risposto alla domanda “Cosa sono gli Altcoin?”, è fondamentale comprendere i rischi e fare una valutazione accurata del proprio profilo di rischio prima di investire in questo mondo, così come per qualsiasi investimento.

Specialmente in un mondo particolare come quello delle criptovalute, caratterizzato da una volatilità estrema, è talmente importante da dare vita ad un acronimo “DYOR” che sta per Do Your Own Research, ossia “Fai la tua ricerca” ed è una sorta di mantra nel settore delle crypto.

Un buon punto di partenza per qualsiasi ricerca è il White Paper. Il team di sviluppo rilascia questo documento, in cui viene spiegato a grandi linee il progetto di fondo e come il team intende realizzarlo, ma non è sufficiente, in quanto in passato è capitato molte volte di leggere White Paper fantastici, ma che nella realtà nascondevano solo un progetto fallimentare.

Per questo è bene cercare quante più informazioni possibili sul progetto e iniziare a masticare qualche aspetto tecnico per comprendere la validità di alcune proposte.

Altri punti salienti da controllare prima di investire in un progetto sono la “Tokenomics”. In questo caso ci riferiamo all’economia del token emesso dal progetto, per cercare di capire se potrà essere veramente utile e di conseguenza se ci sarà domanda a spingerne il prezzo verso l’alto. Infine, è sempre bene dare uno sguardo anche al team di sviluppo per vedere se sono noti o anonimi, e soprattutto nel primo caso controllare se hanno già fatto parte di qualche team di sviluppo nel mondo cripto/blockchain.

criptovalute sono altcoincriptovalute sono altcoin

È possibile “minare” Altcoin?

Sì, è possibile minare Altcoin, proprio come è possibile minare il Bitcoin. Il mining di criptovalute è il processo attraverso il quale vengono verificate e aggiunte le transazioni a una blockchain. In cambio i “minatori” ricevono una quantità di monete digitali come ricompensa.

In realtà, è bene fare un distinguo: il concetto di mining puro è applicabile esclusivamente alle blockchain che si basano sulla Proof of Work (PoW). L’esempio più celebre è Bitcoin stesso. Questo è un sistema di sicurezza altamente energivoro, che richiede un hardware con una potente scheda grafica e un software di mining specifico per quella particolare altcoin. Dopo aver configurato il software di mining, il computer inizierà a risolvere problemi matematici complessi per verificare e aggiungere transazioni alla blockchain. Ad ogni problema risolto, il minatore riceve una quantità di monete digitali come ricompensa.

Il mining di Altcoin può essere un’attività redditizia. Ciononostante, richiede un investimento in hardware e software costoso, oltre che una notevole quantità di energia per funzionare. Inoltre, poiché il mining diventa sempre più “competitivo” man mano che i “minatori” aumentano, è necessario anche continuamente aggiornare il proprio hardware per rimanere competitivi.

Altcoin e mining pool

Un mining pool è un gruppo di minatori di criptovalute che si uniscono per condividere le loro risorse di calcolo e aumentare le loro possibilità di risolvere problemi e ottenere ricompense. In un mining pool, i minatori cedono la loro potenza di calcolo alla pool e ogni volta che si ottiene una ricompensa viene suddivisa tra i membri in base alla quantità di potenza di calcolo con cui hanno contribuito.

Sono stati creati per consentire ai minatori individuali di avere maggiori possibilità di ottenere ricompense, poiché il mining diventa sempre più difficile man mano che vengono risolti più problemi.

Unirsi a un mining pool può essere un modo per i minatori di aumentare i loro profitti. Per partecipare, c’è da pagare una quota di iscrizione o una commissione sui profitti ottenuti. Esistono molti mining pool diversi per diverse criptovalute, ognuna con le sue caratteristiche uniche e il suo scopo specifico. Prima di unirsi a uno di questi, è importante fare una ricerca accurata e comprendere i termini e le condizioni del mining pool, nonché i costi e le commissioni associati.

Conclusioni

Per concludere è importante sottolineare nuovamente come questo sia un mondo pieno di opportunità ma anche di rischi. Un parallelismo appropriato potrebbe essere fatto con la nascita di internet e la Bolla Dot-Com, il fenomeno che ad inizio anni 2000 investì il mercato con una nuova tecnologia, ma portò con sé anche tante truffe e progetti fallimentari.

La raccomandazione finale è sempre quella di conoscere ed approfondire qualsiasi strumento prima di investirci, capirne il funzionamento, le caratteristiche, i vantaggi e soprattutto i rischi connessi ci permette di maneggiare in maniera appropriata qualsiasi asset.

Investire o peggio speculare su un asset di cui non comprendi appieno le dinamiche, potrebbe avere conseguenze disastrose per il tuo portafoglio ed esporti a importanti perdite di capitale.

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Finance

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Cosa vedremo in questo articolo

Spesso si sente parlare di pensioni d’oro e le domande più comuni che vengono fatte sono: ma chi riceve le pensioni più ricche d’Italia? Come hanno fatto ad avere diritto ad una pensione così alta? Ma soprattutto, come si può arrivare a risparmiare una somma tale da garantirsi un buon tenore di vita al momento della pensione? In questo articolo andremo a rispondere a queste domande con approfondimenti tecnici sul sistema pensionistico italiano.

Top 5 pensionati in Italia: le pensioni più ricche d’Italia

Ecco le 5 pensioni lorde mensili più ricche d’Italia:

  1. Gambaro Mauro: 51.000 €
  2. Cartasegna Mario: 49.000 €
  3. Giordano Alberto: 42.000 €
  4. Dini Lamberto: 31.000 €
  5. Consorte Giovanni: 28.000 €

Quattro di questi pensionati sono ex dirigenti o vice presidenti di importanti aziende che hanno semplicemente e intelligentemente seguito le regole del gioco per ricevere una pensione d’oro. È da considerare anche il fatto che oltre i loro alti livelli all’interno di aziende o istituzioni pubbliche, queste persone hanno anche lavorato attraverso consulenze e partnership, il che ha reso i loro accantonamenti ancora più alti.

L’unica eccezione è Mario Cartasegna che, da avvocato del comune di Perugia, ha conteggiato ogni causa non persa venisse come contributo pensionistico, facendosi applicare il sistema retributivo.

Retributivo o contributivo? Se non sai come verrà calcolata la tua pensione, leggi il nostro articolo Come calcolo la mia pensione? e scopri tutti i dettagli.

Le pensioni più alte d’Italia: categorie di pensionati

I lavoratori che hanno le pensioni di più alte non appartengono al settore della finanza o delle istituzioni pubbliche, ma sono i liberi professionisti, quelli più ricercati per le loro competenze specifiche. Qui sotto una tabella sulle pensioni più ricche d’Italia.

Pensionati più ricchi Italia

Per leggere questa tabella è fondamentale considerare sia il rapporto tra pensionati e professionisti in attività lavorativa sia il reddito medio della categoria in relazione alla media delle pensioni in pagamento. Tutte le Casse dei liberi professionisti hanno un obbligo di sostenibilità finanziaria sul lungo periodo. La Riforma Fornero del 2012, nel ribadire l’autonomia gestionale e organizzativa delle Casse, ha impartito l’obiettivo di assicurare l’equilibrio tra entrate e uscite con proiezioni a 50 anni.

Qui si vedono delle categorie di liberi professionisti che sorprendono per il loro alto livello di pensione attuale, ma questo andamento non potrà reggere a lungo, se i lavoratori in attività non compensano a pieno le uscite pensionistiche.

Ne è l’esempio la categoria dei giornalisti, con 62 pensionati per 100 attivi, ma anche quella dei medici con 57 pensionati su 100 attivi.

Nella situazione opposta si trova la categoria dei dottori commercialisti con 11 pensionati per 100 attivi e la cassa forense con 12 pensionati con ogni 100 attivi.

Proprio secondo il principio per il quale gli attuali lavoratori pagano le pensioni attuali, oltre al rapporto tra i professionisti e i pensionati è anche importante il reddito medio e la pensione media. Per essere sostenibile la pensione deve infatti essere proporzionata al reddito che si percepiva.

Al caso estremo abbiamo i farmacisti, i quali hanno un rapporto tra reddito/pensione quasi di 20 a 1, rendendo possibile la sostenibilità futura della pensione di categoria. Ma è possibile che lo Stato Italiano e le categorie professionali non abbiano più i fondi per pagare le pensioni a chi ha lavorato in un determinato settore?

Il problema deve essere affrontato sotto vari punti di vista e per farlo serve prima un breve ripasso dell’evoluzione della storia delle pensioni in Italia.

Ti diamo la possibilità di scaricare ben 11 strumenti che ti serviranno per avere un quadro generale del mondo pensionistico italiano e non essere disinformato. Solo per qualche giorno!

La pensione: come era e com’è ora?

A differenza di ciò che si potrebbe pensare, per come è costruito il nostro sistema pensionistico, i lavoratori di oggi non accantonano i risparmi per poi usufruirne quando smettono di lavorare.  Il sistema pensionistico prevede, infatti, che i pensionati di oggi siano pagati dai lavoratori di oggi e così i pensionati di domani, dai lavoratori di domani.

I contributi di ognuno di noi sono, quindi, le pensioni di chi oggi si gode il meritato riposo. Questo trasferimento è di fatto un “patto generazionale”.

Che cos’è la Cassa nazionale di previdenza?

Il processo per arrivare alla pensione è partito dal 1898, con la creazione della Cassa nazionale di Previdenza.  Essa nasce con l’esatto intento di tutelare gli operai nel periodo della vecchiaia o in caso di inabilità. 

Era una forma di previdenza facoltativa, alla quale si aderiva, si pagava una quota e si riceveva una rendita una volta compiuto il 60 esimo o il 65esimo anno d’età o l’eventuale inabilità.  Questa cassa era prevalentemente auto-finanziata dagli stessi appartenenti della categoria con una minima parte di contributi dello Stato o di altri Enti.

cassa forense pensionecassa forense pensione

Quando è stata introdotta la previdenza obbligatoria?

Nel 1919 avviene il passo più importante con l’obbligo alla partecipazione alla previdenza sociale. Gli anni precedenti avevano dimostrato una bassa partecipazione e l’obbligatorietà ha risolto questo problema. Fu prima adottata per i dipendenti pubblici e ferroviari e solo successivamente per i privati. La pensione si riceveva solo a partire dal 65esimo anno di età sia per gli uomini sia per le donne.

I principali cambiamenti fatti in questo periodo furono:

  • l’indennità del licenziamento, esclusivamente per gli impiegati, ma escludendo il caso delle dimissioni volontarie e per colpa. Questa indennità si trasformerà nel 1982 nel Trattamento di Fine Rapporto:
  • l’orario di lavoro passa da 48 ore settimanali a 40;
  • la Cassa Nazionale, CNAS, si rinomina in Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, che ancora oggi si chiama l’INPS;
  • l’introduzione della pensione di reversibilità, vale a dire il trasferimento dei risparmi pensionistici verso i superstiti dell’assicurato o del pensionato;
  • l’età pensionabile è ridotta a 60 anni per gli uomini e a 65 anni per le donne.

La forza lavoro crebbe molto in quegli anni, sostenuta anche da una buona crescita demografica, così aumentarono anche i contributi pensionistici. Allora venne stabilito il maggior onere a carico del datore di lavoro con 2/3 dei contributi a carico del datore contro 1/3 a carico del lavoratore. Poi, nel 1947 si trasformerà in 1/2 a carico del datore di lavoro, 1/4 a carico del lavoratore e 1/4 a carico dello Stato.  Successivamente alla seconda guerra mondiale viene inserita la 13esima mensilità.

Nell’anno 1957 vengono istituite le casse e gli enti previdenziali specifici per categoria o per albo dei professionisti.

Nel 1965 introducono la pensione di anzianità, alla quale si accede con 35 anni di contributi e viene introdotta la pensione minima. Questa, però, si rivela un errore e lo Stato vede un esborso di 170 miliardi di lire in soli 3 anni. Entra così in vigore il metodo retributivo e viene abolita la pensione di anzianità.

Nel 1973 istituiscono le Baby Pensioni per le quali  ad una donna “coniugata con prole” dipendente pubblica è permesso andare in pensione con solo 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio.

Quali sono le ultime riforme pensionistiche?

Nel 1992 la Riforma Amato imposta un’elevazione graduale della pensione di vecchiaia da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini ed elimina le baby pensioni. Gli anni contributivi minimi per ricevere una pensione passano da 15 a 20. L’aumento della pensione invece è calcolato non più sul livello dei salari, ma sull’andamento dell’inflazione.

Il 1995 ci ricorda la Riforma Dini si introduce il calcolo contributivo. Per la prima volta dopo anni le pensioni iniziano a dover essere sostenute dai contributi versati dagli stessi lavoratori. Il sistema contributivo prevede una alta correlazione tra i contributi versati durante la propria vita lavorativa e la rendita pensionistica successiva. 

La riforma Monti – Fornero del 2011 è ancora oggi la più dibattuta, perché molto restrittiva, anche per il delicato periodo storico che stava fronteggiando l’Italia, e ha di fatto creato un metodo contributivo per tuttiI principi sono di equità, di trattamento paritario tra le generazioni e questo si concretizza con l’eliminazione di privilegi a tutti tranne che alle categorie più deboli. Viene mantenuto un certo grado di flessibilità in uscita, ma introducendo incentivi alla prosecuzione della vita lavorativa. Vengono inseriti il parametro sulla speranza di vita e armonizzati  i vari sistemi di previdenza. Come innovazioni principali, oltre al metodo contributivo per tutti, c’è l’abolizione della pensione di anzianità e la nuova pensione di vecchiaia.

Dalla Riforma Fornero ad oggi ci sono stati degli aggiustamenti e delle normative ad hoc per tutelare i lavoratori più deboli. Ecco l’introduzione di Ape sociale, della pensione anticipata per lavoratori precoci e altro. Le nuove disposizioni hanno comportato degli sconti sui requisiti pensionistici per lavoratori invalidi, disoccupati, impegnati in attività di cura ai familiari disabili e lavoratori addetti a mansioni gravose o usuranti. 

Pensioni più ricche d'ItaliaPensioni più ricche d'Italia

La riforma pensionistica più recente

L’ultima riforma è stata la cosiddetta “Quota 100”introdotta nel 2019. Questa ha lo scopo esplicito di abbassare e anticipare l’età pensionabile con un mix di requisiti anagrafici e contributivi così ripartiti: 62 anni d’età e 38 anni di contributiQuota100 è rimasta in vigore fino al 31/12/2021. Dal 2022 ad oggi ci sono state tre nuove proroghe che hanno tenuto in vita il tipo di prepensionamento, ma hanno inasprito i requisiti di accesso o le condizioni di calcolo dell’assegno.

Le riforme sono state necessarie, perché l’Italia ha sempre avuto una spesa pensionistica molto gravosa sui conti pubblici. Ancora oggi ci classifichiamo secondi in Europa per rapporto spesa pensionistica/PIL con il 15,8% a fronte di una media UE del 12,7%; solo la Grecia ci segue! Se avessimo la stessa spesa della media UE risparmieremmo circa 60 miliardi l’anno, una somma decisamente importante. 

Queste riforme hanno effettivamente ridotto sia le somme percepite dai pensionati sia il numero di anni di pensione. Tuttavia, permettono di rendere il sistema più sostenibile per le generazioni future. Hanno parzialmente spostato il sistema pensionistico verso il principio della capitalizzazione, allontanandosi da quello della redistribuzione.

Come dicevamo, i lavoratori di oggi non pagano per la propria futura pensione, ma contribuiscono a pagare le pensioni di oggi.  L’importanza delle riforme sopracitate non finisce qui: hanno aperto la strada anche ai fondi pensione complementari.

Ma cosa sono i fondi pensione complementari?

I fondi pensione sono fondi in cui si versa il proprio Trattamento di Fine Rapporto (TFR), che vale circa una mensilità all’anno, e, volontariamente, si può anche accantonare una quota aggiuntiva. Se non si è lavoratori dipendenti si possono fare dei versamenti liberi e volontari, perché i fondi pensione non sono destinati solo al versamento del TFR.

Esistono tre tipi di fondi pensione complementari:

  • PIP;
  • fondo pensione aperto;
  • fondo di categoria.

I PIP sono i più costosi; il fondo aperto è accessibile da chiunque e ogni fondo di categoria, proprio come dice il nome, è accessibile esclusivamente dalla propria categoria di riferimento (individuabile tramite il proprio Contratto di Lavoro Nazionale, ad esempio “Cometa” è riservato ai metalmeccanici).

Attenzione ai costi! Possono essere dati per scontati, ma anche solo un 1/1,50% per 20 anni di lavoro può erodere il rendimento finale fino al 50%! Come è possibile? È sufficiente che un fondo pensione non abbia a disposizione dei comparti di investimento adatti al lungo periodo: se l’orizzonte temporale è ampio e si va in pensione tra 20 o 30 anni, bisognerà puntare su delle linee azionarie.

fondi pensionefondi pensione

Dettaglio sul Fondo pensione

Se il Fondo pensione che scelgo non ha dei comparti di investimento adatti, perdo soldi. Devi, perciò, capire che i costi sono mancati guadagni il primo anno. Dal secondo in poi sono mancati interessi sugli interessiQuesto è il famoso interesse composto. L’interesse dell’interesse è esponenziale come una palla di neve che, se rotola, si ingrandisce sempre di più.

I fondi pensione hanno 3 vantaggi principali:

  • le quote versate all’interno del fondo pensione possono essere dedotte fino a 5.164€, riducendo le tasse da pagare ogni anno allo Stato;
  • i fondi di categoria (accessibili esclusivamente in base al proprio Contratto di Lavoro Nazionale) obbligano il datore di lavoro a versare un’ulteriore percentuale che varia in base alla percentuale versata dal lavoratore dipendente;
  • le tasse pagate sul fondo pensione non sono calcolate in base ai classici scaglioni IRPEF, ma sono al massimo il 15%, e possono addirittura ridursi al 9%, in base al numero di anni in cui i risparmi vengono lasciati nel fondo.

Le pensioni più alte d’Italia: cosa posso fare io?

Con queste informazioni non ti assicuriamo una pensione d’oro come i TOP 5, ma queste sono alcune dritte per iniziare a costruire una pensione perfetta. Anche in un periodo come questo, pensare al futuro e alla nostra pensione è conveniente!  Anzi, prima si inizia a pensare al fondo pensione, più saranno piccole le cifre da dover mettere da parte per un futuro dignitoso.

Per la tua pensione non affidarti al politico di turno o alla riforma, pensaci tu stesso!

Non perdere tempo! Fatti consigliare da un nostro consulente sulle migliori mosse da fare per la tua pensione nella consulenza gratuita!





Finance

Come funzionano i CCT: guida completa all’utilizzo


Cosa vedremo in questo articolo

Vediamo assieme come funziona il CCT. La sigla sta per Certificato di Credito del Tesoro. Meno popolari e meno utilizzati dei BTP, anche i CCT sono Titoli di Stato. Ne conosci il funzionamento e le potenzialità?

Te lo spieghiamo in questa guida all’utilizzo di tali strumenti finanziari. Al termine della lettura saprai se ti conviene, come si può investire in CCT e se è meglio per te affidarti alla consulenza finanziaria indipendente.

Cosa sono i CCT?

I Certificati di Credito del Tesoro (CCT) sono obbligazioni atipiche rispetto ai classici BTP e BOT emesse dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) che danno all’investitore un’entrata ogni semestre.

Questo flusso di cassa è rappresentato dalla cedola dei CCT ed è variabile di 6 mesi in 6 mesi, in base al valore assunto da un parametro. Vedremo quale in uno dei prossimi paragrafi. Tali strumenti finanziari atipici contribuiscono a pagare il debito pubblico dello Stato italiano, finanziando le sue spese.

A differenza di molti titoli obbligazionari emessi dal governo italiano, come BTP e BOT, i CCT hanno cedole periodiche variabili. Questo è il fattore che li rende atipici rispetto ad altri Titoli di Stato nostrani, solitamente caratterizzati da tassi cedolari fissi o tutt’al più legati all’inflazione (BOT e BTP).

Per un approfondimento su BOT e BTP ti consigliamo di leggere l’articolo “BTP E BOT, conviene ancora investire in Titoli di Stato?”.

Il successo di cui godono i CCT tra gli investitori domestici è certamente una fortuna per l’Italia, dal momento che gli italiani si fanno carico di una quota del debito pubblico. Comprare Certificati di Credito del Tesoro, di fatto, equivale a prestare soldi allo Stato italiano, per finanziare le sue spese. In cambio di questo “favore” lo Stato riconosce una percentuale, il tasso d’interesse cedolare, variabile semestralmente, applicato sul capitale investito in CCT.

Facciamo un esempio, per capire meglio:

  • investi 10.000€ in CCT ed il tasso d’interesse cedolare in un determinato semestre è pari al 3%;
  • in quel particolare semestre ti spettano 300€ lordi;
  • a cui dovrai sottrarre la tassazione del 12,50% ovvero 37,50 €.

Se vuoi perfezionare la tua presenza nel mondo degli investimenti, ti consigliamo di scaricare 16 strumenti esclusivi di IoInvesto ora!

La durata dei CCT: obbligazioni di medio termine

Prima del marzo 1991 i Certificati di Credito del Tesoro venivano emessi con varie scadenze (dai 2 ai 10 anni). I CCT odierni (post marzo 1991) hanno quasi tutti una durata fissa di 7 anni. Ciò significa che per i 7 anni successivi alla data della loro emissione potrai godere di una cedola semestrale proporzionale a quanto investito e al tasso d’interesse variabile di semestre in semestre.

Proprio questa durata caratteristica dei CCT li classifica come Titoli di Stato domestici di medio periodo e li rende, ancora una volta, atipici rispetto ai più comuni:

  • BOT, Buoni Ordinari del Tesoro, aventi solitamente scadenze brevi come 3, 6, 12 mesi o comunque entro l’anno;
  • BTP, Buoni del Tesoro Poliennali, titoli a medio-lungo termine con scadenze da 18 mesi a 3, 5, 7, 10, 15, 20, 30 e 50 anni. 

Acquisto dei CCT: come si acquistano e quali sono i costi associati?

Per i Certificati di Credito del Tesoro, come per gli altri titoli di Stato, c’è la possibilità di:

  • acquistarli al momento della loro emissione, partecipando all’asta di collocamento, sul cosiddetto mercato primario;
  • comprarli in un momento successivo alla loro emissione, sul cosiddetto mercato secondario.

tapering economiatapering economia

Acquistare i CCT alla loro emissione

I CCT sono acquistabili nel momento della loro prima emissione grazie alle aste per il collocamento. Quelle relative alla stessa tipologia di CCT si svolgono ogni mese mentre annualmente vengono emessi nuovi CCT.

La fase di collocamento è gestita dalla Banca d’Italia ed è accessibile ai piccoli risparmiatori per mezzo di intermediari autorizzati, come le banche.

Il prezzo viene determinato attraverso l’asta marginale attraverso alcune procedure che escludono le offerte speculative.

Acquistare i CCT dopo la loro emissione

Dopo l’emissione è possibile acquistare i CCT attraverso due diversi mercati secondari:

  • il MOT, gestito da Borsa Italiana S.p.A. e accessibile agli investitori retail attraverso un intermediario autorizzato;
  • l’ MTS, utilizzato da banche e società d’investimento che acquistano titoli per un importo superiore a 2,5 milioni di euro.

Costi e quotazioni dei CCT

Le commissioni di collocamento previste per i CCT sono lo 0,30% del capitale sottoscritto e sono retrocesse dal Ministero del Tesoro agli intermediari finanziari al momento della sottoscrizione. Conseguentemente, gli intermediari sono tenuti ad applicare alla clientela il prezzo d’asta, senza aggravio di commissioni.

Gli scambi giornalieri dei CCT sul mercato secondario comportano, invece, una variazione delle quotazioni dei CCT. Le quotazioni sono pubblicate in modo trasparente sul sito web di Borsa Italiana S.p.A..

Altra caratteristica dei CCT è quella per cui le operazioni di compravendita devono avere un taglio minimo di 1000€ o suoi multipli.

A cosa sono indicizzati i CCT?

I Certificati di Credito del Tesoro, abbiamo detto, danno all’investitore una cedola periodica variabile di semestre in semestre. In base a cosa varia la cedola di questi particolari Titoli di Stato?

Fino a marzo 2010 esistevano CCT la cui cedola variava in base al tasso d’interesse fornito dai BOT a 6 mesi (Buoni Ordinari del Tesoro, titoli del debito pubblico italiano di breve termine). Da giugno 2010 in poi sono stati emessi solo CCT la cui cedola semestrale dipende dall’indice Euribor a 6 mesi, i cosiddetti CCT EU.

L’Euribor a 6 mesi è il tasso interbancario di riferimento a 6 mesi, ovvero la media dei tassi d’interesse ai quali le primarie banche attive nel mercato monetario dell’euro si prestano soldi con termine a 6 mesi.

L’interesse della cedola semestrale dei CCT EU è dato dalla somma tra l’Euribor a 6 mesi e un margine o spread definito in sede di emissione del Certificato. Il metodo preciso di calcolo degli interessi cedolari è questo:

  • si considera il 2° giorno lavorativo che precede la prima data di godimento della cedola;
  • alle ore 11:00 si rileva l’Euribor a 6 mesi e lo si arrotonda al terzo decimale;
  • questo tasso di interesse è il riferimento annuale per le cedole;
  • dunque va poi convertito su base semestrale, contando i giorni effettivi del semestre sulla base dell’anno commerciale (360 giorni);
  • a questo tasso viene sommato lo spread definito in sede di emissione del CCT. 

Facciamo un esempio pratico, considerando CCT con le seguenti caratteristiche:

  • durata: 7 anni;
  • spread: 0,70%;
  • scadenza: 15 dicembre 2022;
  • date di godimento delle cedole: 15 giugno e 15 dicembre 2022.

Ne deriva che:

  • Euribor a 6 mesi (al 13 giugno 2022): 0,108%
  • rendimento: Euribor 6m + 0,70% = 0,808%
  • giorni del semestre di riferimento (15/06/2022 – 15/12/2022): 183
  • interesse per il semestre di riferimento (15/06/2022 – 15/12/2022): 0,808% / 360 x 183 = 0,41073%, che va arrotondato al terzo decimale.

La cedola lorda semestrale è dunque dello 0,411%, che andrà tassata al 12,5%, secondo le vigenti norme fiscali, ottenendo una cedola netta dello 0,360%.

Rendimenti e rischi dei CCT

Le fonti di guadagno dei Certificati di Credito del Tesoro, come di ogni obbligazione, sono due:

  1. le cedole (flussi di denaro percepiti semestralmente), calcolate moltiplicando il capitale investito per il tasso d’interesse (variabile di semestre in semestre in base all’andamento dell’Euribor a 6 mesi);
  2. la differenza tra il prezzo di vendita o di rimborso (se si porta il titolo fino a scadenza) e il prezzo di acquisto o di sottoscrizione (se è stato acquistato all’emissione).

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Rendimento dei CCT e rischio tassi

La prima fonte di rendimento dei CCT , le cedole, è solitamente positiva per tutta la durata dell’investimento. È raro, infatti, che il tasso cedolare, somma tra Euribor a 6 mesi e spread, vada in territorio negativo. La seconda fonte, il prezzo, invece, può anche portare ad un rendimento negativo. Questo perché il prezzo dei CCT varia al variare dei tassi di mercato, ma anche al variare del rischio Paese Italia (misurato dallo SPREAD BTP/BUND, differenza tra i tassi del BTP italiano e del Bund tedesco, entrambi con scadenza a 10 anni). Ricordiamo, infatti, che:

  • se i tassi di mercato salgono, i prezzi delle obbligazioni scendono e viceversa;
  • se lo SPREAD BTP/BUND (rischio di fallimento dell’Italia) sale, il prezzo dei CCT, essendo obbligazioni emesse dallo Stato italiano, scende e viceversa.

La prima di queste due correlazioni inverse è quella che in gergo viene detta rischio tassi o meglio rischio di variazione dei tassi. Il prezzo dei CCT, dunque, può scendere se la BCE, Banca Centrale Europea, decide o ha in previsione di aumentare i tassi di mercato. Fortunatamente, se i tassi di mercato salgono, anche l’Euribor a 6 mesi e il tasso cedolare dei CCT direttamente proporzionale all’Euribor salirà.

Allo stesso modo, se i tassi di mercato scendono, perciò il tasso cedolare tenderà a fare lo stesso, il rendimento globale dei CCT verrebbe supportato da un aumento del loro prezzo, che si muove nel verso opposto a quello dei tassi.

Tutto ciò comporta che il prezzo dei CCT sia meno sensibile alla variazione dei tassi di mercato rispetto al prezzo di un BTP che ha un tasso cedolare fisso prestabilito per tutta la sua durata.

Si può dire che il rischio tassi per i CCT è minore rispetto a quello dei BTP. Per approfondire le dinamiche tassi / prezzi dei BTP, ti rimandiamo alla guida completa sui BTP.

Il rischio di credito dei CCT

Il rischio che la nostra amata Italia vada in default è solitamente un rischio non percepito da chi investe in singoli Titoli di Stato di casa. Si tratta di un rischio che, seppur remoto, esiste e se si realizzasse comporterebbe un grave danno per gli investitori di CCT.

In tal caso lo Stato non sarebbe in grado di pagare i flussi cedolari previsti dal contratto o di rimborsare il capitale alla scadenza. Il gioco, ovvero il basso rendimento dato dal CCT, vale la candela? Senza contare poi che, un’eventuale fase di alta tensione sulla solvibilità del Paese Italia, potrebbe influenzare negativamente l’andamento del prezzo del titolo.

Insomma, investendo in CCT ti esponi inevitabilmente al “rischio Italia”. Pertanto, valuta bene, nel caso, in che proporzione rispetto al tuo patrimonio globale conviene farlo. Considera il peso dell’economia italiana rispetto a quella mondiale e il fatto che hai già un lavoro, un conto corrente, una casa, un’impresa o altri asset in Italia.

Se vuoi investire in singoli Titoli di Stato, classe in cui ricadono i CCT, devi sapere che esistono prodotti finanziari, come fondi o ETF che, grazie all’estrema diversificazione, abbattono notevolmente tali problematiche, pur avendo rendimenti simili, se non addirittura superiori.

Il rischio di liquidità dei CCT

Vi è un altro rischio legato ai CCT, quello della loro liquidità. In questo caso non intendiamo il concetto classico di rischio liquidità, ovvero di strumenti non facilmente acquistabili o vendibili in qualsiasi momento. Infatti, con le giuste modalità e gli specifici canali di acquisto e vendita, i CCT sono sempre accessibili agli investitori e allo stesso tempo liquidabili.

Qui ci riferiamo fondamentalmente a due caratteristiche dei CCT che li rendono poco liquidi o se vogliamo poco elastici in termini di acquisto e vendita:

  1. il primo vincolo che hanno i CCT risiede nel fatto che possono essere comprati e quindi venduti solo per cifre multiple di 1000€;
  2. il secondo vincolo è legato al fatto che, per riottenere la stessa cifra investita all’emissione, senza rischiare di vendere i CCT ad un prezzo inferiore a causa del rischio tassi, andrebbero mantenuti fino alla scadenza dei 7 anni.

Pertanto, i CCT sono, in un certo qual modo, un po’ più vincolati rispetto ad altri tipi di investimenti sia nella quantità che nella durata. 

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Conviene investire in Certificati di Credito del Tesoro?

Come visto, quello che maggiormente influisce sul rendimento finale di un investimento in CCT è, senza dubbio, l’andamento dei tassi di mercato, che si riflette sull’Euribor a 6 mesi. Per avere un’idea precisa dell’entità delle cedole variabili storicamente pagate da questi Titoli di Stato, ti consigliamo di consultare il sito ufficiale della Banca d’Italia.

Come sempre accade in finanza, tutte le previsioni future lasciano il tempo che trovano. Alcune considerazioni però si possono fare. Per avere maggiori rendimenti dai CCT:

  • i tassi di mercato dovrebbero continuamente salire;
  • lo SPREAD BTP/BUND continuamente scendere.

Nel primo caso anche l’inflazione sarebbe in crescita o rimarrebbe elevata, in quanto la politica monetaria di aumento dei tassi, attuata dalle banche centrali, serve proprio ad abbassare l’inflazione. Perciò,  quello che guadagneresti dai Certificati di Credito del Tesoro sarebbe azzerato dall’alta inflazione.

Nel secondo caso bisognerebbe sperare in una forte e duratura crescita economica del nostro Paese. Situazione certamente auspicabile, non sempre concretizzatasi nel passato e di difficile previsione per il futuro.

Come e dove si acquistano i CCT?

Approfondiamo ora il discorso, accennato precedentemente, sulle possibilità di acquisto e vendita dei CCT e sulle loro quotazioni. Esistono essenzialmente due modi per acquistare i CCT:

  • alla loro prima emissione, durante il cosiddetto collocamento;
  • in qualsiasi momento successivo, ovviamente prima della loro scadenza (ovvero 7 anni dopo l’emissione).

In entrambi i casi dovrai appoggiarti ad un istituto di credito (banca) o altro intermediario finanziario.

Come funziona l’acquisto di CCT in collocamento?

Il collocamento dei CCT è affidato alla Banca d’Italia e avviene con il meccanismo dell’asta marginale. Questo significa che gli intermediari (es. banche) pagheranno i titoli al prezzo marginale, cioè al più basso dei prezzi fra tutte le offerte accettabili. Infatti, è sempre presente una procedura, per filtrare le domande speculative.

Le aste sono di solito mensili per uno stesso titolo. Vi è poi, ogni anno, un’asta di emissione di nuovi titoli. I risparmiatori possono partecipare a queste aste solo attraverso banche ed altri intermediari autorizzati.

mercato finanziario CCTmercato finanziario CCT

Come avviene l’acquisto di CCT sul mercato secondario?

L’acquisto (o la vendita) in un momento successivo al collocamento iniziale di un titolo CCT può essere fatto sui seguenti mercati secondari:

  • MOT (Mercato telematico delle Obbligazioni e dei Titoli di Stato) gestito da Borsa Italiana S.p.A., dedicato ai risparmiatori (attraverso un intermediario);
  • MTS (Mercato Telematico dei titoli di Stato), riservato agli intermediari autorizzati (banche e società di investimento) per importi superiori ai 2,5 milioni di euro.

Dove trovare le quotazioni dei CCT?

Come detto, una volta emessi, i CCT possono essere scambiati, acquistati o venduti sul Mercato telematico delle Obbligazioni e dei Titoli di Stato (MOT) gestito da Borsa Italiana. Sul sito internet ufficiale di Borsa Italiana sono visibili in tempo reale le quotazioni dei prezzi a cui vengono scambiati giornalmente i CCT.

La pagina riporta i seguenti dati relativi ai Certificati di Credito del Tesoro attualmente esistenti ed acquistabili:

  • nome;
  • ISIN (codice alfanumerico che identifica univocamente gli strumenti finanziari);
  • ultimo prezzo quotato;
  • scadenza;
  • tasso d’interesse della prossima cedola.

Cliccando sul codice ISIN dei singoli CCT, potrai accedere a dati ancora più dettagliati ed interessanti quali:

  • rendimento effettivo a scadenza lordo e netto;
  • data dell’ultima cedola pagata;
  • grafici interattivi sull’andamento dei prezzi.

Cosa sono i CCT 2030?

Si tratta di un Certificato di Credito del Tesoro con scadenza 15 ottobre 2030, che, ad esempio, nel momento in cui scriviamo:

  • ha una quotazione di 98,84€;
  • ha un tasso d’interesse della prossima cedola del 2,476%;
  • ha un rendimento (annuo) effettivo a scadenza netto del 4,38%.

Il rendimento atteso a scadenza è sicuramente aumentato rispetto al momento dell’emissione (15 ottobre 2021) di questo specifico CCT, a causa dell’aumento dei tassi di mercato verificatosi negli ultimi anni. Allora, la domanda che ti faccio è questa: Vale la pena avere questo rendimento?”.

Prima di rispondere, però, devi avere la piena consapevolezza dei seguenti fattori:

  • detenere un CCT ti espone ad un elevato rischio specifico, in caso di insolvenza dell’emittente Stato italiano;
  • potresti investire lo stesso capitale stanziato per questi titoli in altri strumenti finanziari, che abbiano gli stessi rendimenti attesi o addirittura maggiori, rischiando molto meno.

Nonostante qualche pregio, in generale, i CCT sono strumenti da utilizzare con le dovute cautele. Pur conservando un certo fascino sugli investitori italiani, è di vitale importanza inserire i Certificati di Credito del Tesoro all’interno di una pianificazione finanziaria personalizzata.

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Finance

cosa significa e come costruirlo


Cosa vedremo in questo articolo

Un portafoglio diversificato è un elemento chiave per gli investitori che desiderano massimizzare i potenziali rendimenti e ridurre al minimo i rischi. Perché è così importante avere un portafoglio diversificato?

In questo articolo esploreremo i benefici dell’avere un portafoglio diversificato e i rischi di un portafoglio non diversificato, nonché le diverse opzioni di investimento disponibili. Inoltre, forniremo strategie per la diversificazione del portafoglio e consigli su come gestirlo e monitorarlo in modo efficace.

Perché è importante avere un portafoglio diversificato?

La diversificazione del portafoglio è importante perché aiuta a ridurre il rischio complessivo degli investimenti. Quando si investe tutto il capitale in un’unica attività o un solo settore, si assume un rischio elevato. Se quel settore o attività subisce un crollo, tutto il portafoglio potrebbe essere danneggiato gravemente. Se, invece si ha un portafoglio diversificato, si distribuisce il rischio su diversi settori e classi di attività, riducendo così l’impatto negativo dei cambiamenti nel mercato su un singolo investimento.

Rischi di un portafoglio non diversificato

Un portafoglio non diversificato è esposto a rischi significativi. Se si investe tutto il capitale in un’unica azione o obbligazione, si è completamente dipendenti dalle performance di quel singolo titolo. Se quello specifico titolo subisce una perdita, tutto il portafoglio vedrebbe un risultato negativo. In più, senza diversificazione, non si ha l’opportunità di beneficiare dei potenziali guadagni in settori diversi.

Cosa significa esattamente “portafoglio diversificato”? Per diversificare il proprio portafoglio, gli investitori possono allocare il loro capitale in una varietà di asset finanziari come azioni, obbligazioni, fondi, immobili o materie prime. Questa strategia permette di bilanciare il rischio e di sfruttare le opportunità di guadagno in diversi mercati.

In aggiunta, la diversificazione può avvenire anche all’interno di un singolo settore. Ad esempio, se si desidera investire nel settore tecnologico, si può scegliere di acquistare azioni di diverse aziende tecnologiche, invece di concentrarsi su un’unica società. In questo modo, si riduce il rischio di essere fortemente influenzati da eventi specifici che potrebbero colpire solo una società.

È importante sottolineare che un portafoglio diversificato non garantisce profitti o protezione totale dal rischio. Tuttavia, è una strategia ampiamente consigliata dagli esperti finanziari per ridurre il rischio complessivo e massimizzare le opportunità di guadagno a lungo termine.

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Benefici del portafoglio diversificato

La diversificazione del portafoglio offre vari benefici per gli investitori. Uno dei principali vantaggi è la riduzione del rischio complessivo. Nel caso in cui si possegano diversi tipi di investimenti, le perdite in un settore possono essere compensate dai guadagni in altri settori. Inoltre, la diversificazione può aiutare a proteggere il capitale dagli eventi imprevisti come le recessioni economiche o le fluttuazioni dei mercati finanziari.

Un altro vantaggio della diversificazione del portafoglio è la possibilità di ottenere rendimenti migliori nel lungo periodo. Potrebbe accadere di investire in diverse classi di attività. Qui si ha la possibilità di sfruttare le opportunità di guadagno in settori diversi ad esempio, mentre il settore immobiliare potrebbe non essere in crescita, le azioni tecnologiche potrebbero essere in forte espansione. La diversificazione consente di partecipare a queste opportunità in modi diversi.

come diversificare portafoglicome diversificare portafogli

Comprendere i diversi tipi di investimenti

Prima di iniziare a costruire un portafoglio diversificato, è importante comprendere i diversi tipi di investimenti disponibili. I principali tipi di investimenti includono azioni, obbligazioni, fondi comuni di investimento, ETF, immobili e materie prime.

Azioni e obbligazioni: una panoramica

Le azioni rappresentano una partecipazione proprietaria in un’azienda. Gli investitori acquistano azioni per beneficiare dei dividendi e dei potenziali aumenti di valore delle azioni stesse. Le obbligazioni, d’altra parte, sono titoli di debito emessi da enti governativi o aziende. Gli investitori acquistano obbligazioni per ricevere interessi regolari e il rimborso del capitale alla scadenza.

Fondi comuni di investimento e ETF

I fondi comuni di investimento e gli ETF (Exchange Traded Fund) sono strumenti molto utili per diversificare il portafoglio. I fondi comuni di investimento raccolgono i soldi di diversi investitori e investono in una serie di titoli. Gli ETF, invece, sono fondi negoziati in borsa che replicano l’andamento di un indice. Entrambi i veicoli di investimento offrono accesso a diversi settori e azioni.

Immobili, materie prime e altri investimenti

Gli investimenti immobiliari e nelle materie prime sono altre opzioni che possono contribuire alla diversificazione del portafoglio. Gli investimenti immobiliari possono includere proprietà a reddito, fondi immobiliari e azioni di società immobiliari. Le materie prime, come l’oro, possono avere performance diverse da quelle dei mercati finanziari tradizionali.

Ma andiamo oltre! Esistono anche altri tipi di investimenti che potrebbero interessarti. I titoli di Stato sono obbligazioni emesse da governi nazionali, per finanziare le proprie attività. Questi titoli sono considerati sicuri e stabili, poiché sono supportati dalla garanzia del governo. Inoltre, i certificati di deposito sono strumenti finanziari emessi dalle banche che offrono un tasso di interesse fisso per un determinato periodo di tempo. Sono considerati un’opzione a basso rischio per gli investitori che cercano stabilità e sicurezza.

Un altro tipo di investimento che potresti considerare è il mercato valutario, noto anche come Forex. In questo mercato, gli investitori acquistano e vendono valute per trarre profitto dalle fluttuazioni dei tassi di cambio. Il Forex è un mercato molto liquido e volatile, che offre opportunità di guadagno anche a breve termine. Tuttavia, è importante sottolineare che il trading valutario comporta anche un alto grado di rischio.

Strategie per la diversificazione del portafoglio

La diversificazione del portafoglio può essere raggiunta attraverso diverse strategie. Alcune delle strategie più comuni includono la diversificazione tra classi di attività, la diversificazione geografica e la diversificazione temporale.

La diversificazione del portafoglio è un concetto fondamentale per gli investitori che desiderano ridurre il rischio complessivo del proprio portafoglio. Oltre alle strategie menzionate, esistono anche altre modalità di diversificazione che possono essere adottate per ottimizzare la gestione degli investimenti.

Diversificazione tra classi di attività

La diversificazione tra classi di attività significa, come detto in precedenza, investire in diverse categorie di investimento, come azioni, obbligazioni, fondi comuni di investimento, immobili e materie prime. Questo aiuta a ridurre il rischio associato a un singolo tipo di investimento e permette di partecipare a potenziali rendimenti in diversi settori.

Le azioni possono offrire un elevato potenziale di crescita a lungo termine, mentre le obbligazioni forniscono redditi più stabili e sicuri. Combinare queste diverse classi di attività può contribuire a bilanciare il portafoglio e a garantire una maggiore resilienza alle fluttuazioni di mercato.

Diversificazione geografica

La diversificazione geografica implica l’investimento in diverse regioni geografiche. È possibile investire in azioni statunitensi, europee, asiatiche e dei mercati emergenti. Questa strategia previene la concentrazione del rischio in un’unica area geografica e consente di beneficiare delle opportunità di crescita in diversi Paesi.

Investire in diverse regioni del mondo può anche offrire una maggiore protezione contro eventi economici o politici che potrebbero influenzare negativamente un singolo mercato. Consente, poi, agli investitori di sfruttare le differenze nei cicli economici regionali per massimizzare i rendimenti complessivi del portafoglio.

Portafoglio diversificato: cosa significa e come costruirloPortafoglio diversificato: cosa significa e come costruirlo

Gestione e monitoraggio del portafoglio diversificato

Una volta costruito un portafoglio diversificato, è importante gestirlo e monitorarlo in modo regolare per assicurarsi che rimanga bilanciato e allineato agli obiettivi finanziari.

Bilanciamento del portafoglio

Il bilanciamento del portafoglio consiste nel regolare le allocazioni tra le diverse classi di attività per mantenerle in linea con gli obiettivi di investimento originali. Ad esempio, se una classe di attività ha ottenuto un rendimento eccezionale, potrebbe essere necessario ridurre l’esposizione a quella classe e reinvestire in altre classi che siano sottovalutate.

Revisione periodica del portafoglio

È importante rivedere periodicamente il portafoglio per assicurarsi che sia ancora coerente con gli obiettivi di investimento e con il profilo di rischio. Le condizioni di mercato e gli obiettivi personali possono cambiare nel tempo, quindi una revisione periodica aiuta a garantire la coerenza del portafoglio con questi cambiamenti.

Adattamento del portafoglio alle modifiche delle condizioni di mercato

Le condizioni di mercato possono variare e innescare cambiamenti significativi nel rendimento di un portafoglio. È importante essere consapevoli delle condizioni di mercato e apportare eventuali modifiche al portafoglio di conseguenza. Ciò potrebbe includere l’aggiunta o la rimozione di determinati titoli o l’aggiustamento dell’asset allocation.

È interessante notare che la gestione attiva del portafoglio può comportare anche l’utilizzo di strumenti finanziari derivati, come le opzioni o i futures, per proteggere il portafoglio da possibili perdite o per sfruttare opportunità di guadagno. Sono strumenti che consentono agli investitori di assumere posizioni che si muovono in direzione opposta alle loro posizioni attuali, riducendo così il rischio complessivo del portafoglio.

Inoltre, un altro aspetto importante della gestione del portafoglio è la diversificazione geografica. Investire in diverse regioni del mondo può aiutare a mitigare il rischio legato a eventi specifici di un singolo paese o regione. Ad esempio, se un investitore ha una forte esposizione al mercato statunitense e si verifica una crisi economica in quel paese, un portafoglio diversificato con esposizione a mercati europei o asiatici potrebbe aiutare a ridurre l’impatto negativo sul rendimento complessivo del portafoglio.

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Finance

Come funziona il Welfare aziendale: vantaggi e svantaggi


Cosa vedremo in questo articolo

Si parla sempre di più di welfare ovvero di benessere sul lavoro e del suo valore nella motivazione dei dipendenti, ma perché questo concetto si è così affermato negli ultimi anni? Da cosa deriva la necessità di creare veri e propri piani di benessere sociale nelle aziende? Come funziona il welfare sul lavoro e in che modo si può implementare concretamente i piani di benessere sociale?

Welfare aziendale: cos’è?

In cosa consiste esattamente il welfare aziendale? Si tratta di un termine che racchiude tutti i benefici e i servizi che una determinata azienda offre ai propri dipendenti. È indipendente dal loro stipendio regolare e lo si applica affinché venga apprezzato il lavoro quotidiano e ci si prenda cura di sé stessi.

Tali benefici possono riguardare vari ambiti della vita professionale, tra cui la salute fisica e mentale, la sicurezza, le condizioni di lavoro confortevoli e l’atteggiamento nei confronti dei lavoratori.

Maggiore è la mole di agevolazioni, migliori saranno i risultati in termini di benessere dei dipendenti.

Dietro la nascita di programmi che supportano il welfare dei dipendenti, c’è una precisa filosofia: dall’idea che un dipendente debba svolgere solo le mansioni assegnate si è passati al concetto di gestione delle risorse umane. Secondo questa visione, i lavoratori costituiscono il patrimonio di un’impresa, il suo vantaggio competitivo, e sono essenziali per il suo successo.

Tali risultati, tuttavia, sono possibili solo se i dipendenti si sentono pienamente motivati ​​al lavoro, seguendo il principio secondo cui un dipendente felice corrisponde a un datore di lavoro felice.

Per avere dipendenti felici, perciò, è necessario che le aziende e, soprattutto i dipartimenti delle risorse umane, intraprendano i passi giusti.

Welfare aziendale in Italia

In Italia, sono tanti gli esempi eccellenti che hanno fatto del welfare aziendale la propria bandiera: da Ferrari a Barilla, da Ferrero a Cucinelli. I loro lavoratori e le rispettive famiglie sono riusciti a percepire l’impresa come un vero e proprio partner di vita.

Anche Intesa San Paolo e Sace si sono mosse nella stessa direzione, seguendo un trend che viene soprattutto dal Nord Europa, che è sempre più in espansione: l’implementazione della settimana lavorativa di 4 giorni.

Il welfare aziendale va a braccetto, poi, con lo smart working. Dopo la fine della pandemia, periodo in cui la formula è stata una necessità, questa modalità si è configurata come un buon compromesso, per consentire ai dipendenti di conciliare le esigenze lavorative con quelle personali.

In sintesi, tra il lavoratore e il datore di lavoro si crea un reciproco scambio che si traduce, per l’impresa, in una redditività migliore e, per il dipendente, in un sostegno nei momenti difficili.

Welfare aziendale: perché è utile

Il motivo per cui oggi c’è bisogno di welfare sul lavoro è legato allo sconvolgimento dell’intero panorama. Difatti, la tecnologia ha trasformato il modo in cui le imprese e le persone operano, modificando non solo il ritmo ma anche la spesa per il lavoro. Non è una novità: siamo cambiati rispetto a decenni fa. Oggi i lavoratori sono più istruiti, consapevoli e informati.

Ci troviamo, quindi, inevitabilmente di fronte a una società che ha cambiato bisogni, richieste e aspettative. I dipendenti moderni desiderano vivere una vita più confortevole e soddisfacente, per compensare la richiesta di tempo, energia e pensieri che continuamente dedicano al proprio business durante il loro lavoro.

Welfare significa, quindi, fare un passo verso i propri dipendenti con investimenti mirati al loro benessere e comfort. Non si tratta, in realtà, di un aspetto puramente organizzativo, gestionale o economico, ma della consapevolezza del datore di lavoro di confrontarsi con una nuova azienda, un’era di lavoro del tutto differente.

welfare in azienda

Le imprese sono chiamate, insomma, a rivedere e ripensare come incoraggiare, premiare e valorizzare le proprie risorse affinché scelgano di impegnarsi nella propria missione, portando motivazione, idee, creatività e volontà di partecipare alla missione dell’azienda.

Oggi, soprattutto grazie a molteplici studi, sappiamo anche quanto la soddisfazione e il senso di appartenenza dei dipendenti forniscano un notevole ritorno in termini di impegno, dedizione, positivismo, produttività e performance.

Un dettaglio del welfare

Il welfare aziendale aiuta, quindi, le aziende a diventare consapevoli, organizzate e proattive nel realizzare soluzioni per coinvolgere, sostenere e premiare le proprie risorse, grazie a questi incentivi. In questo modo si sentono integrate in un vero e proprio sistema che ruota attorno alla loro vita.

Va detto, infine, che al giorno d’oggi, i dipendenti sono attenti quando si tratta di candidarsi per un particolare lavoro. Prendono in considerazione numerosi fattori, ad esempio il salario offerto e le condizioni di lavoro, la cultura organizzativa e i benefit.

Le imprese, che desiderano attrarre i candidati con il maggior potenziale, non possono ignorare l’importanza del benessere dei dipendenti. Dopotutto, potrebbe succedere che il dipendente che vorrebbero assumere scelga concorrenti che hanno dimostrato di prendersi più cura di lui.

Pertanto, quest’area dovrebbe essere una parte estremamente importante della strategia HR di qualsiasi impresa.

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Come funziona il welfare aziendale

Chiarito il concetto di massima, la domanda sorge spontanea: in pratica, quali misure di welfare adottano le aziende? Spesso, dopo diverse consulenze con esperti del settore, le imprese offrono ai lavoratori alcuni vantaggi:

  • accesso alle cure mediche di base;
  • sussidio per occhiali correttivi;
  • tessera della palestra;
  • consulenza sulla salute mentale;
  • formazione, corredino per neonati, sussidi per ferie e cibo.

Il numero di benefici può essere illimitato: tutto dipende dalle capacità e dalle priorità dell’azienda. Tuttavia, questi non sono gli unici modi, per prendersi cura del benessere dei dipendenti.

Alcune imprese, infatti, scelgono di implementare una settimana lavorativa di 4 giorni o di ridurre l’orario di lavoro il venerdì, in modo che i lavoratori possano riposarsi un po’ di più, mentre li motivano mostrando riconoscimenti e lodandoli in pubblico per i loro risultati.

Le misure di welfare aziendale, insomma, dovrebbero essere introdotte tenendo conto delle esigenze e delle aspettative dei dipendenti.

Welfare aziendale: pro e contro

Le aziende che hanno a cuore il benessere dei dipendenti vedono un morale in crescita, maggiore motivazione e impegno nel lavoro, nonché livelli più elevati di produttività dei dipendenti.

Non è un segreto che quando i membri del team vedono che il loro lavoro è apprezzato e l’azienda non li tratta semplicemente come forza lavoro, si sentono meglio sul posto di lavoro e anche i loro risultati sono migliori.

Pertanto, prendersi cura del welfare dei dipendenti dovrebbe essere considerato un investimento che si tradurrà nel successo dell’azienda.

Inoltre, la creazione di una strategia di Employer Branding, basata sul benessere dei lavoratori, garantisce un maggiore interesse per le posizioni aperte e consente di scegliere tra i candidati interessati a lavorare in tale ambiente, oltre ad attrarre i migliori talenti.

Allo stesso tempo, ha un impatto anche sugli altri dipendenti, riducendo il turnover del lavoro o il numero di assenze per malattia, il che abbassa il costo delle operazioni quotidiane dell’azienda.

Svantaggi per imprese e lavoratori

Se per i dipendenti l’adozione di un piano welfare aziendale non ha alcuno svantaggio, non può dirsi altrettanto per le imprese.

Innanzitutto, elaborare un piano welfare vuol dire investire a diversi livelli: in primis, in un sondaggio conoscitivo delle necessità e delle aspettative dei dipendenti, poi anche in una consulenza specialistica che traduca i risultati del sondaggio in benefit rispondenti alle aspettative.

L’impresa dovrà, poi, dedicare una risorsa alla sottoscrizione degli accordi, acquistare una piattaforma di welfare, informare i dipendenti, istituire un regolamento e definire delle procedure automatiche. I risultati positivi, inoltre, saranno visibili solo dopo qualche mese, per non dire un anno.

Un altro aspetto da valutare è il rischio di creare possibili disuguaglianze tra i dipendenti; alcuni lavoratori potrebbero beneficiare di servizi e vantaggi migliori rispetto ad altri, creando così tensioni e risentimenti all’interno dell’azienda.

Anche sotto il profilo fiscale, non sempre e non tutte le imprese possono accedere alle detrazioni: la regola numero uno è che il piano welfare sia applicato a tutti i dipendenti in maniera paritaria, pena l’invalidazione degli incentivi.

Insomma, l’impegno economico non è irrilevante e, sebbene la lista dei vantaggi sia molto più lunga di quella degli svantaggi, la valutazione a monte è essenziale, per non rischiare di dissipare il capitale inutilmente o creare tensioni all’interno dell’azienda, ottenendo di fatto il risultato opposto da quello desiderato.

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Welfare: come costruire un piano aziendale

Il welfare aziendale è l’insieme dei benefit che il datore di lavoro offre ai propri dipendenti. Rappresenta, quindi, una serie di beni e servizi selezionati dall’impresa, per soddisfare le esigenze quotidiane dei lavoratori e delle loro famiglie.

La prima azione da intraprendere è, quindi, elaborare un piano welfare aziendale basato sulle specificità dei propri dipendenti.

Si può procedere effettuando un’indagine per sondare le loro esigenze, le mancanze e i desideri. Il sondaggio consente di costruire un piano di assistenza sociale ad hoc per la tua azienda.

Non esistono piani rigidi e precostituiti: un piano di welfare sociale va pensato, costruito e personalizzato con cura.

Molte imprese, per fare un esempio, scelgono di creare piani di assistenza sociale per categorie omogenee di dipendenti a pari livello di autorità o di occupazione oppure per categorie eterogenee di dipendenti.

In entrambi i casi, dovrai decidere se dare alle tue risorse la possibilità di scegliere di ricevere benefici o premi sotto forma di stipendio o l’equivalente in beni e servizi sociali. La tua scelta dipenderà dal tipo di approccio che desideri implementare all’interno della tua impresa.

welfare aziendalewelfare aziendale

Welfare on top o premium

È la soluzione sociale applicata a categorie omogenee di lavoratori. Prevede l’offerta di beni e servizi ai dipendenti effettuata unilateralmente dall’azienda e senza l’intervento dei rappresentanti dei lavoratori.

Questo tipo di piano sociale può essere utilizzato solo per beni e servizi non monetizzabili, cioè per i quali non è noto il valore dell’incentivo. Viene chiamato anche welfare premium perché è correlabile con gli obiettivi aziendali.

Welfare contrattuale

Riguarda in genere le soluzioni più semplici, rese obbligatorie da contratti e categorie settoriali, tra queste rientrano anche i Female Benefits.

Fringe Benefits e Flexi Benefits

Per progettare il proprio piano di welfare è importante distinguere le due categorie di benefici che possono essere concessi: Fringe Benefits e Flexi benefits.

  • Fringe Benefit: sono pagamenti in natura corrisposti dalle aziende ai propri dipendenti. Sono considerati come una parte aggiuntiva della remunerazione rispetto allo stipendio ordinaria. Si tratta di elementi che, se inseriti in un contratto, vengono forniti al dipendente sotto forma di beni o servizi e non in denaro. Alcuni esempi di Fringe Benefit sono il cellulare, il laptop, la casa, i buoni pasto e il veicolo ad uso privato;
  • Flexi Benefit: sono considerati complementari alla retribuzione ordinaria e sono esenti dal pagamento di contributi e tasse. Il loro obiettivo principale è migliorare la privacy del lavoratore, facilitando o alleviando determinati oneri. Qualche esempio ? Prestazioni per coperture sanitarie o aiuti familiari quali asili nido, assicurazioni, abbonamenti a centri sportivi, ecc. I Flexi Benefit hanno risvolti positivi sulla motivazione, sul clima aziendale e sul sentimento di appartenenza all’impresa, influenzando indirettamente performance e produttività.

Categorie di beni e servizi

Dopo aver effettuato un’analisi del target di riferimento, e quindi delle esigenze dei dipendenti, potrai dedicarti alla scelta dei servizi e dei relativi fornitori:

  • incentivi economici: comprendono buoni acquisto o pasto, versamenti di bonus in un fondo pensione, possibilità di ottenere prestiti a tasso agevolato;
  • incentivi in ​​materia di istruzione: rimborso delle spese sostenute per il pagamento delle rette o del materiale scolastico per i bambini, servizi di doposcuola, centri estivi o sportivi, borse di studio nonché la formazione e specializzazione del dipendente, stage esterni all’azienda;
  • incentivi per la gestione familiare: servizi di baby sitting, asilo nido aziendale, sostegno ai familiari malati o non autonomi, congedi parentali per i neo genitori;
  • incentivi per lo sport: palestra aziendale o convenzioni con strutture esterne, lezioni collettive, sport all’aria aperta;
  • incentivi sanitari: visite mediche e controlli offerti dall’azienda, accesso al medico specialistico, vantaggi sui servizi sanitari e assistenziali;
  • incentivi alla mobilità: agevolazioni sui servizi di trasporto, abbonamenti, smart working, auto aziendale, etc.

La tabella qui sotto riepiloga la costruzione di un piano welfare aziendale:

come fare welfare aziendalecome fare welfare aziendale

Fonte: datalog.it

Chi ha diritto e chi no

Quali dipendenti avranno diritto al welfare aziendale? La risposta è: tutti. Ovviamente, con delle differenze.

A questo scopo, servirà la redazione di un regolamento che potrà essere consultato per capire e scegliere i benefit di cui usufruire. In particolare, potranno usufruire dei vantaggi i dipendenti:

  • che hanno un livello di reddito prestabilito;
  • che risiedono a una certa distanza dal posto di lavoro;
  • con lo stesso inquadramento;
  • con figli;
  • con lo stesso livello;
  • di una sede specifica.

Insieme a loro, potranno accedere al piano welfare anche:

  • coniugi o compagni di fatto;
  • figli;
  • fratelli e sorelle, anche se hanno in comune un solo genitore;
  • genitori;
  • nuore e generi;
  • suoceri.

Piattaforma welfare aziendale: come gestire il piano

Gli strumenti che collegano i dipendenti alla fornitura di beni e servizi offerti dai partner aziendali sono le cosiddette piattaforme di welfare.

Si tratta di software che consentono ai dipendenti di accedere alle offerte e soddisfare i loro reali bisogni del momento.

Alcune imprese danno anche la possibilità ai lavoratori di proporre nuovi servizi da integrare nell’offerta della piattaforma per soddisfare ulteriori necessità non contemplate.

Ogni dipendente ha il proprio accesso alla piattaforma di welfare in modo personalizzato e con i propri identificatori segreti, così può gestire e organizzare come beneficiare dei propri incentivi, in base alle proprie esigenze.

Migliori piattaforme welfare Italia

In Italia sono almeno 5 le piattaforme di Welfare più utilizzate:

  • Aon: la sua creazione risale al 1982, offre programmi e servizi personalizzati e un’area di flexible benefits. Unico neo, l’interfaccia grafica, non troppo user friendly;
  • Coverflex: Fondata nel 2020, propone oltre 10.000 tipologie di servizi personalizzabili. La start up sta conquistando le aziende grazie alla dashboard di facile utilizzo;
  • Edenred: azienda francese datata 1962 in Francia, è in assoluto la veterana del settore, la prima a lanciare i buoni pasto. Tuttavia, oggi risulta nell’impostazione abbastanza tradizionale e poco innovativa. È il motivo per cui, pur restando un solido punto di riferimento, risulta però superata da altri concorrenti nelle preferenze delle imprese;
  • Sodexo: altra francese di lunga data ed esperienza(è nata nel 1966), è specializzata nell’emissione di voucher spendibili presso i punti vendita o gli erogatori dei servizi;
  • Noiwelfare: unica italiana della Top 5, si avvale della collaborazione con un’altra azienda leader, Easylife, e mette a disposizione, oltre ai benefit, anche un consulente fiscale e un esperto previdenziale, per fornire supporto alle aziende ai fini delle deducibilità.

Tassazione welfare aziendale

L’adozione di un piano welfare aziendale, infine, consente alle imprese di accedere a degli incentivi fiscali.

La norma di riferimento principale è il TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi), che viene integrato, di anno in anno, dalle varie manovre finanziarie approvate dal governo.

Incentivi fiscali per le aziende

In linea di principio, per essere ammessi alla deducibilità fiscale, le aziende devono coinvolgere nei propri piani welfare tutti i dipendenti, secondo il principio della parità. L’articolo n. 51 del TUIR indica l’elenco dei benefit che possono usufruire di uno sconto fiscale Ires e Irap.

Le imprese, che migliorano il benessere dei propri dipendenti, sono premiate dallo Stato con un bonus sui costi lordi degli stipendi dei propri dipendenti che va dal 30 al 40%. Per completezza di informazione, va detto che alcuni contratti di lavoro nazionali hanno reso obbligatorio il piano di welfare. Tali contratti si applicano a:

  • argentieri;
  • esercizi pubblici;
  • gioiellieri;
  • metalmeccanici;
  • operatori del turismo;
  • ristoratori;
  • operatori del settore delle telecomunicazioni.

Per tutte queste categorie, la deducibilità è pari al 100%. Per i settori, invece, che non hanno ancora formulato un regolamento, le detrazioni si calcolano nella misura del 5 per mille sul costo dei benefit.

Un’ultima menzione va fatta sui premi che vengono convertiti in welfare: l’operazione, infatti, assicura alle imprese l’esenzione dai contributi Inps.

Benefici per i dipendenti

Ma perché un dipendente decide di convertire un premio in benefit welfare? È semplice, il benefit non è tassato, il premio in busta paga sì.

Se il lavoratore opta, dunque, per quest’ultima soluzione non riceverà l’intera somma prevista come incentivo aziendale, ma un importo da cui sono state dedotte le tasse (circa il 10%) e i contributi (9%).

C’è anche un altro vantaggio legato alla conversione dei premi in welfare. Gli incentivi in denaro devono avere un limite, ma, se il lavoratore decide di convertire il premio in welfare e sceglie, ad esempio, servizi di tipo sanitario, questo limite scompare.

Vuol dire che, a conti fatti, se non guadagnerà materialmente di più, il lavoratore spenderà decisamente molto meno e potrà permettersi controlli di salute altrimenti inaccessibili.

Cosa ne pensi? Nella tua azienda hanno già messo in opera un welfare aziendale?

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